Pietro Mascagni è morto
by Aoidos, August 3, 1945
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Orignal Article
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Il Maestro Pietro Mascagni
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Secondo le ultime volontà del Maestro, la salma verrà
trasportata a Livorno L'intermezzo di "Cavalleria"
eseguito in tutti i teatri di Roma in segno di omaggio per
l'Estinto
(dalla nostra Redazione romana)
ROMA, 2 Pietro Mascagni è morto stamattina alle 7,15 in una
camera dell'appartamento che dal 1935 occupava all'Albergo
Plaza, in Corso Umberto.
Aveva 82 anni essendo nato a Livorno il 7 dicembre del 1863.
L'illustre maestro era da anni sofferente di arteriosclerosi e
costretto a vivere in una poltrona, ma nonostante le sue
condizioni si fossero aggravate in questi ultimi giorni per una
sopraggiunta broncopolmonite, e nonostante la tarda età, tutti
si auguravano che la forte fibra potesse resistere aiutata dal
cuore gagliardo e dalle premurose cure dei sanitari. Nella notte
di mercoledì invece le sue condizioni si erano sempre più
aggravate tanto che si credeva non potesse vedere l'alba. Alle
7,15 di giovedì Pietro Mascagni ha chiuso per sempre gli occhi
tra le braccia della consorte Donna Lina Carbognani,
concludendo la sua lunga vita di lavoro e di trionfi.
Pietro Mascagni ha mantenuto fino all'ultimo perfetta lucidità
di mente, calma e serenità in ogni momento, anche per non
impressionare i famigliari che lo assistevano. Prima di spirare
ha benedetto la moglie, la figlia, il nipote e gli altri
famigliari suscitando in tutti la più profonda commozione.
Il colloquio col nipote del Maestro
Della morte è stato subito avvertito il Pontefice che ha inviato
all'estinto una sua speciale benedizione colla promessa di
speciali preghiere di suffragio. Sono stati subito avvertiti
anche il Ministero degli Interni, il Ministero della Pubblica
Istruzione, il Municipio e l'Accademia di Santa Cecilia.
Durante la notte di mercoledì era stato chiamato al capezzale
del Maestro il parroco di San Lorenzo in Lucilia che ha
somministrato all'infermo i sacramenti.
I funerali avranno luogo sabato mattina alle ore 10,30 nella
chiesa di San Lorenzo in Lucina. La salma verrà tumulata
provvisoriamente al cimitero del Verano per essere in un secondo
tempo trasportata a Livorno.
Infatti fra le ultime volontà di Pietro Mascagni vi è quella di
essere sepolto nella sua città natale. Mascagni non ha lasciato
alcun testamento; le sue sostanze verranno divise in parti
uguali tra i figli.
Il fedelissimo nipote Tonino Carbognani, che è sempre stato
vicino al Maestro in questi ultimi tempi, ci ha sommariamente
narrato la vita dell'illustre scomparso negli ultimi giorni.
«Ascoltava la radio ci ha detto per molte ore del giorno
(nel salone infatti domina un radiogrammofono che gli fu offerto
in dono in occasione dell'incisione dei dischi della
Cavalleria) e ciò era qualche volta motivo di argute
discussioni con lui sulla musica e specie su quella sincopata
per la quale il Maestro non aveva alcuna simpatia».
La Salma tra due pianoforti
Mascagni leggeva pure a lungo. Vediamo infatti sul grande
tavolo, nel salone, molti volumi fra i quali spiccano quelli di
Milanesi e di Sabatino Lopez e molte biografie dei più grandi
musicisti. In mezzo ai libri è un mazzo di carte «napoletane».
Sono quelle ha proseguito il nipote colle quali lo zio usava
giocare a scopone. La passione per lo scopone lo rese celebre in
questo campo; infatti Mascagni partecipava regolarmente a tutti
i campionati di scopone a San Remo. Qui, nel salone del Plaza, è
stata montata la camera ardente. Muti ormai da tempo erano i due
pianoforti che dettero al mondo tante armonie ed è fra questi
due pianoforti che è deposta la salma di "Pietro Mascagni.
I due pianoforti sono due tappe nel ciclo della celebrità del
grande maestro: quello a sinistra è un modesto piano Colombo
che fu noleggiato a tre lire mensili e dalla cui tastiera nacque
«Cavalleria». Era il prediletto del maestro che nell'interno
del telaio, di suo pugno, aveva scritto: « Coll'aiuto
di Dio e di questo pianoforte Pietro Mascagni compose la
«Cavalleria Rusticana» a Cerignola nell'anno 1889 ».
Quello a destra invece è un pianoforte di grande marca, dalle
cui corde uscirono le armonie dell'ultima fatica di Mascagni: il
«Nerone». I due pianoforti erano stati portati a Roma dalla
villa che Mascagni aveva a Livorno e che fu in gran parte
saccheggiata dai tedeschi. Quando poco più di un anno fà gli
Alleati entrarono a Roma pregarono i clienti del «Plaza» di fare
le valigie. L'albergo veniva quindi occupato dal comando
francese, ad eccezione di un appartamento al primo piano sul
lato sinistro dell'edificio. Quell'appartamento era occupato da
una gloria internazionale ed i francesi, sempre compiti,
s'inchinarono al grande artista che li aveva ricevuti nel
proprio gabinetto di lavoro. Pietro Mascagni è forse l'unico
civile al quale fu concesso il privilegio di continuare a
risiede in un immobile requisito dagli Alleati.
Da quel giorno molte persone in uniforme delle nazioni Alleate
approfittarono di una visita al vecchio albergo romano per
sollecitare un colloquio con Mascagni.
Il Maestro divenne così oggetto di molte cortesie: piovvero
lettere degli ammiratori e talvolta scatole di sigari Avana di
finissima qualità.
Anche negli ultimi tempi il Maestro, talvolta all'alba,
lavorava. Che genere di lavoro svolgesse non si sa, I
famigliari assicurano che egli era ancora capace di «fornire
qualcosa».
Mascagni e il Papa
Un mese fà i vicini assistettero ad una scena poco comune. Dopo
vari mesi di clausura nella sua stanza di albergo, Mascagni fu
visto portato a braccia su una poltrona per le scale. Dalla
poltrona fu deposto su una carrozzina a spinta Si recava ad
un'udienza dal Santo Padre Sulla loggia di Raffaello, il
Pontefice gli fece trovare un'altra carrozzina interna di
servizio della Città del Vaticano e su di essa il visitatore
fu condotto fino alla biblioteca di Pio XII. Il Pontefice
abbracciò affettuosamente il Maestro e parlò con lui di musica,
di arte e di tante altre cose.
In Vaticano si ricorda che l'illustre compositore aveva in
questi ultimi tempi accentuato il suo sentimento religioso e
dimostrava una grande venerazione per il Papa. Pio XII lo
ricevette frequentemente in udienza privata, dimostrandogli
grande benevolenza e stima. Una volta che Pietro Mascagni aveva
una nipotina gravemente ammalata chiese per lei la benedizione
del Papa e ne ebbe anche rassicuranti parole. La nipotina guarì
completamente ed il Maestro non esitava a dichiarare che
riteneva la guarigione avvenuta per intercessione del Papa.
Gli spettacoli lirici di questa sera non sono stati sospesi, ma
per commemorare il grande Maestro scomparso, è stato eseguito
dappertutto l'intermezzo della «Cavalleria Rusticana». La
maschera di Pietro Mascagni è stata presa dal prof. Publio
Morbiducci.
Pietro Mascagni nacque a, Livorno il 7 dicembre 1863. Compose
da adolescente varie sinfonie e canti corali, eseguiti a
Livorno, Poi studiò al Conservatorio di Milano e fu sostituto
direttore di orchestra nella compagnia di operette Dario
Acconci, direttore del teatro di Fondi a Napoli e finalmente
direttore della banda di Cerignola. Vinse il concorso Sonzogno
con Cavalleria data per la prima volta al Costanzi di Roma il
17 maggio del 1890.
Altre opere dava poi al teatro: l'Amico Fritz al Costanzi di
Roma il 30 ottobre del 1891; Rantzau alla Pergola di Firenze il
10 novembre 1892; Ratcliff (Scala di Milano 16 novembre 1895),
Silvano (25 luglio 1895), Zanetto (Pesaro, 2 maggio 1896), Iris
(Costanzi di Roma 7 ottobre 1898), Maschere (contemporaneamente
alla Scala di Milano, al Regio di Torino, al Carlo Felice di
Genova, alla Fenice di Venezia, al Filarmonico di Verona e al
San Carlo di Napoli il 17 gennaio 1901), Parisina (alla Scala
di Milano il 15 dicembre 1913), Lodoletta (al Costanti di Roma
il 30 aprile 1917 e al Verdi di Padova), il Piccolo Marat (al
Costanzi di Roma il 2 maggio 1921), Nerone (alla Scala 1935).
Compose inoltre interludi romanze ecc.
Un grande musicista
Livorno ha perduto il suo figlo più illustre. Mascagni era,
veramente, un grandissimo artista, e noi gli dobbiamo non solo
una grande quantità di musica inobliabile, ma una parte della
gloria che da lui e per lui si è riversata sulla nostra città.
Non è oggi il caso di esaminare a lungo la sua magnifica
produzione musicale: a 55 anni dal suo primo successo, l'Arte
di Mascagni è stata tanto e così giustamente esaltata che
parlarne ancora, oggi, sarebbe inutile.
Anche del suo carattere singolare, anche della sua avversità per
le esteriorità, la retorica, le cose convenzionali, è stato
parlato dovunque. Temperamento artistico, aveva, nella vita,
quella impulsività che gli ha poi fatto assumere atteggiamenti
talvolta discordi dal suo sentimento intimo e da quello
generale: vi è chi non gli perdona di aver portato la feluca di
Accademico, e di aver montato la guardia alla Mostra della
Rivoluzione: ma non bisogna dimenticare il clima in cui abbiamo
vissuto nel ventennio fatale, e i metodi indegni con cui il
regime fascista soleva piegare le coscienze: chi rimprovera alla
memoria del nostro Grande concittadino certe adesioni dovrebbe
rammentare anche l'odioso boicottaggio che Mussolini aveva
ordinato contro la musicia mascagnana, che per molti anni non è
stata eseguita nè nei teatri nè alla radio, e trarre ragione
d'indulgenza dal fatto che l'illustre vegliardo non poteva più
ormai nè emigrare come Toscanini aveva fatto, nè vivere senza i
frutti della sua arte. Ma noi sappiamo, e tutti sanno, che
Mascagni odiava il fascismo, e disprezzava i suoi capi.
Era uno spirito arguto, facile all'ironia: si raccontano, di
lui aneddoti curiosissimi. Uno vogliamo ricordarne, che denota
appunto il suo vero sentimento nei riguardi del fascismo. Lo
dobbiamo al signor Piero Ostali, presidente della Casa
Sonzogno. Egli ci raccontava a Milano, sei o sette anni fa, che
Mascagni aveva ricevuto in dono un magnifico orologio d'oro,
decorato di un fascio littorio. Non aveva voluto privarsene,
perchè era di valore: ma ogni volta che lo tirava fuori, lo
sterilizzava, diciamo, politicamente, sputando sopra il fascio.
Ma una volta gli accadde disavvedutamente di fare quell'atto
mentre parlava con Galeazzo Ciano il quale gli chiese, stupito,
perche Io avesse fatto.
Sa rispose il Maestro senza scomporsi mi piace bello
lustro. E giù un altro sputo.
Un giornalista livornese ha definito il temperamento di
Mascagni, un'indole da vele controvento. E' una
definizione esatta. Basti ricordare il suo fervore mentre
scriveva nel 1889 « Cavalleria Rusticana »
dimenticando tutto per isolarsi, per chiudersi nell'atmosfera
rovente della tragedia spavalda: eppure se non pensava la
moglie, a spedire lo spartito proprio la sera dell'ultimo giorno
concesso dai termini del Concorso Sonzogno, l'opera sarebbe
rimasta a Cerignola.
Mascagni, buttate giù, le rapsodie spumeggianti e le solenni
ariosità dell'opera primogenita, s'era abbandonato perdutamente
a preparare il suo Ratcliff. Rideva della critica. Giovane,
esuberante, poteva passare con pari fervore dalle dolcezze
ingenue del «Fritz» al dramma dei «Rantzau», ai ricami platonici
di «Zanetto», alle cariche sinfonie dell'«Iris».
Ma la critica lo aspettava al varco, paziente: ormai decisamente
avversa. E il varco furono le «Maschere». Scriveva il Maestro,
con amarezza, a Luigi Cesana, del « Messaggero »,
poco dopo l'insuccesso: « Lo sapevo di avere parecchi
avversari e qualche nemico: ma davvero non avrei mai immaginato
che potessero prolificare così rapidamente: e dinanzi a questo
fenomeno di fecondità prodigiosa che ricorda quella di certi
insetti io penso con profonda tristezza al dolore che a tutta
questa brava gente avrei involontariamente arrecato se queste
povere Maschere avessero in tutti i teatri d'Italia conseguito
il successo che speravo ».
Dopo le Maschere una persona... dabbene avrebbe riflettuto un
po' e avrebbe servito, come controveleno, qualcosa che avesse
accontentato le esigenze del pubblico. Un'opera come ce ne son
tante, piana, tradizionale. Magari convenzionale. Una riverenza
alla platea, voltando il sedere all'arte.
Invece no: «Amica», «Isabeau», «Parisina». Nella «Lodoletta»
tutto spira mestizia; ma nel «Marat» risorge il fuoco mascagnano
che sembrava spento.
* * *
Siamo al «Nerone». Mascagni è già vecchio. Nelle sale del Plaza
dove dovrà un giorno morire compone di notte l'opera nuova.
Sembra che duri una fatica grave, che sia un affanno il suo
canto.
E al Goldoni di Livorno stivato di popolo l'affanno, per la
verità, si avverte. Anzitutto nella voce stentorea del vecchio
Pertile, tragico boccheggiante corpulento Nerone. Il grande
boccascena dà adito a spettacoli tronfi: militareschi retorici
inni imperiali, un triclinio troppo affollato di coristi e di
ritmi e di motivi, una terrazza della Domus Aurea troppo
deserta, specialmente deserta di armonie.
Un momento. L'imperatore e la piccola schiava Egloge sono
sulla terrazza della Domus Aurea. E' il tramonto. Davanti è
Roma: il teatro di Flavio il Palatino, i fòri. La schiava
cinguetta umilmente: « Io nacqui in Grecia »... E
allora, all'immagine dell'Elade, si rianima d'un tratto la
sensibilità del musico. Cesare cinge Egloge, la porta a
rimirare l'Urbe:
« E' una festa di voli... Già le garrule rondini han
fatto il nido
II motivo smuore nelle mezze voci della soprano; risorge nel
commento orchestrale. Molti hanno i cigli umidi. Tutto il
teatro è attentissimo, commosso; si avverte nel silenzio grave
la partecipazione della massa all'emozione del musicista.
Lo stesso accade quando, in . pieno baccanale grevi i colori,
i gesti, l'apparato scenico una voce ammonisce solenne: «
Silenzio! Canta Cesare! ». E un'altra fa eco:
« II vincitore di Catullo canta! ».
E tutti tacciono. Cadono gli smodati clamori dei commensali,
si allungano sui letti le seminude ubriache concubine mentre
solo Cesare si leva, e la cetera, toccheggiando, evoca chissà
perchè la medesima attesa che fanno ansiosa le prime battute
della «Siciliana». Poi nel silenzio:
« Come un soave anelito di primavera, pallide le
rose si dischiudono... »
Sì, questo è veramente Mascagni, il Mascagni d'una volta...
* * *
Mascagni è morto. Ma la sua musica resta e resterà adamantina,
immortale a testimoniare del suo animo, non solo a noi ma a
tutti gli spiriti nobili del mondo che vedono scomparire col
Maestro uno dei più grandi musicisti del nostro secolo.
Aoidos.
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