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Pietro Mascagni tra Vistilia e Nerone
by Roberto Bianchini, January 1998
© 1998 Edizioni Curci / Roberto Bianchini
Per gentile concessione della Rassegna Musicale Curci, Edizioni Curci, Milano.
/ Reproduced with the kind permission of Rassegna Musicale Curci, Edizioni Curci , Milan. This article was
first published in Rassegna Musicale Curci, periodico di cultura e attualita
musicali, anno LI n. 1 - gennaio 1998. See also the English version.
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Scene from Act III of Nerone
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Alcuni anni or sono, come cultore (non musicologo) dell'opera di Mascagni pubblicai
un piccolo libro ("Una vita per Mascagni"; Edizioni di Barbablù, Siena, 1991) nel quale
ebbi modo di ripercorrere la vicenda musicale mascagnana vista in chiave autobiografica.
In quel contesto soffermai la mia attenzione sull'analisi dell'ultimo melodramma del
maestro livornese, il Nerone, e mi posi il problema che restava insoluto
dell'individuazione di quei brani musicali scritti saltuariamente nel passato per una
mai compiuta Vistilia e che furono appunto utilizzati dal compositore nel suo
ultimo lavoro. Mi parve allora in mancanza di indicazioni più precise nella pur vasta
letteratura sull'autore che si potesse dedurre qualche dato attendibile dalla nota
illustrativa del CD Nerone (edito nel 1988 da Bongiovanni) scritta da Fernando
Battaglia, ossia che la composizione della Vistilia fosse stata intrapresa fra il
1906 e il 1910. Ma questo elemento temporale mi sè rivelato subito erroneo quando ho
letto sulla rivista "Opera" dell'ottobre 1990 il testo di una lettera facente parte
della raccolta curala da Mario Morini e indirizzata da Mascagni alla moglie il 14
febbraio del 1893, ove il maestro medesimo riferisce di avere suonato e cantato a Milano
durante una serata in onore di Verdi la "romanza del tenore" della Vistilia. È
dunque certissimo che quel brano del 1893 era già stato composto. Vedremo fra poco che
la romanza è stata inserita per intero nel Nerone con le stesse parole che si
leggono nel libretto della Vistilia ("Quando al soave anelito...").
Ciò significa che il periodo in cui Mascagni si dedicò, sia pure in modo
discontinuo, alla composizione di Vistilia è più ampio di quello ritenuto dal
Battaglia. È vero che gli autori del testo poetico (Targioni-Tozzetti e Menasci) lo
fecero pubblicare da Belforte a Livorno nel 1900, in concomitanza con quello del
Nerone di Boïto ma è indiscutibile che almeno in parte già nel 1893 esso era a
disposizione del nostro musicista. È probabile tuttravia che gli altri brani musicali
poi utilizzati col Nerone siano stati scritti a distanza di anni. Non va infatti
dimenticato che, nonostante l'amore portato da Mascagni per l'idea di un'opera
ambientata nella Roma imperiale, molte ed intense furono le fatiche artistiche che
tennero occupato il compositore fra il 1893 e il 1910: si pensi alla stesura finale del
Ratcliff, alla creazione di opere quali Silvano, Zanetto,
Iris, Le Maschere, Amica ed ai suoi impegni di direttore
d'orchestra e di preposto al Liceo Musicale di Pesaro.
Ma tutto ciò riguarda la cronologia. Ben più importante è cercare di dare una
risposta al quesito circa l'identità del materiale musicale Vistiliano rielaborato e
perfettamente inserito da Mascagni nella sua ultima creatura. Ebbene la chiave della
soluzione dell'enigma, nell'assenza di una documentazione musicale vera e propria sta
unicamente nel raffronto fra i testi letterari di Vistilia e Nerone.
Questo è l'insegnamento che l'acuto musicologo livornese, maestro Emilio Gragnani, ci
ha trasmesso con l'articolo "Miscellanea mascagnana", pubblicato sulla "Rivista di
Livorno" n. 5 del 1956 e del quale sono venuto a conoscenza solo di recente.
Alle pagine da 16 a 19 del suo scritto il Gragnani si rifa innanzitutto ad un
articolo uscito nel 1923 sul quotidiano "Il Mondo" del colto musicista e musicologo
Domenico Alaleona, articolo in cui l'autore dà conto di una sua recente conversazione
con Mascagni nel corso della quale il maestro gli parlò di Vistilia e addirittura
ne suonò al pianoforte alcune pagine. Scriveva Alaleona: "Fra gli episodi da me
ascoltati accennerò a un delizioso coro di venditrici di aranci, ai duetti fra Vistilia
ed Elio riboccanti di passionalità mascagnana; nell'ultimo atto il lamento di Elio che
raggiunge alti fastigi di ampiezza di respiro e di felicità espressiva". Ecco: da
questa premessa il Gragnani passa al confronto fra i due testi letterari (si sa che
Targioni-Tozzetti dovette faticare non poco durante la composizione del Nerone
per rendere drammaturgicamente e metricamente compatibili taluni brani poetici, scritti
per Vistilia, con altri poi inseriti in quell'opera).
E comincia dal monito di Atte ad Egloge ("Io posso per forza d'incanti...", atto
secondo, scena terza), omologo a quello che Canidia rivolge a Vistilia (atto terzo,
scena terza) e che inizia con questi versi: "Io posso per forza di canti, di filtri,
d'arcani scongiuri, l'amore tuo dissolvere, Vistilia Vistilina!" e prosegue per
complessivi dodici versi mentre nel Nerone se ne contano sedici, tutti peraltro
aventi il medesimo metro.
Devo alla cortesia dell'editore libraio Paolo Belforte di Livorno se ho potuto
consultare il libretto della Vistilia, pubblicato - come ho già detto - nel 1900
e farne oggetto di attenta lettura. Questa Vistilia letteraria è dunque un dramma
("scena lirica") in un prologo e quattro atti, tratto dall'omonimo racconto di Rocco De
Zerbi ispirato ad un brano degli Annali di Tacito. La vicenda, che si svolge al
tempo di Tiberio, narra dell'amore suscitato in Elio, cavaliere romano, da
Vistilia, di famiglia pretoria, sposa a Titidio Labeone, e s'intreccia con quella
della patrizia Canidia e dell'amore di lei non più ricambiato per Livo Salico. Alla
fine del dramma Vistilia, che pur amandolo, ha sempre rifiutato gli slanci appassionati
di Elio ed ha sofferto l'onta dello stupro da ignoti convenuti ad una cerimonia nel
tempio di Iside, durante un convito si rivela all'innamorato ma, ormai morente d'inedia,
cessa di vivere tra le sue braccia.
Tutta l'azione scenica ha come sfondo la Roma imperiale con i suoi gladiatori, le sue
feste conviviali, le sue erimonie orgiastiche. Ed è su questo sfondo che, già negli
anni '90, prese corpo in Mascagni l'idea di dare vita ad un'opera ispirata a quel mondo:
un Nerone in gara con quello annunciato da Arrigo Boïto o, appunto, una
Vistilia. Questa ebbe dapprima il sopravvento e parve dovere nascere davvero, ma
la lunga gestazione condusse in definitiva alla scelta del Nerone che, come
quello boïtiano, fu rappresentato dopo lunghi anni di entusiasmi, di ripensarne menti,
di attese. Tuttavia Vistilia è Nerone e Nerone non poteva non
essere anche Vistilia. Per cui, quando si parla di musiche di Vistilia
riversate nel Nerone, in realtà si dovrebbe parlare non tanto di riversamelo
quanto di vera e propria fusione.
Tornando ora all'analisi dei brani musicali già composti e di quelli in via di
composizione negli ultimi anni (1932-1934) che coronarono il complesso lavoro del
maestro, occorre ancora rifarsi allo studio del Gragnani che, dopo avere scoperto
l'identità fra il monito di Canidia e quello di Atte, passa ad esaminare la romanza di
Elio, quella di cui fa cenno Mascagni nella ricordata lettera del 1893. Non c'è alcun
dubbio che questa romanza è la medesima che canta Nerone (atto terzo, scena
prima): le parole sono identiche per sedici su venti versi di cui il pezzo si compone.
Noto però che gli ultimi quattro sono di nuova invenzione letteraria e che la romanza
nel Nerone è preceduta da quattro versi e dieci misure che la preannunciano,
evidentemente di nuova e significativa invenzione non solo letteraria, ma anche musicale
("Vergini Muse e te, divino Apollo..."). Continua, il Gragnani, con lo scoprire la
corrispondenza fra il coro "Io Bacche, Evoè, evohè" della Vistilia (atto terzo,
scena quarta) e quello "Io Bacche, Io bacche, Evohe" (nella scena prima dell'atto
terzo, primo quadro del Nerone). Ma qui conviene rilevare la diversa e unitaria
collocazione finale ricevuta da singoli frammenti del coro bacchico che in
Vistilia si trovano anche nell'atto quarto, scena prima ("Gloria a Trione,
bravo!...Viva Trione!") e nello stesso atto, scena seconda ("A te noi beviamo, Trione!
Beviamo!, Tracanna! Mescete! La coppa ricolma spumeggi! la patera vuota si spezzi!...
ecc.").
Nel Nerone essi sono tutti riuniti nel primo quadro dell'atto terzo, scena
prima ("Gloria a Nerone, Gloria a Nerone!... A te noi beviamo, regina! la coppa ricolma
spumeggi, la patera vuota si spezzi"). Non senza rimarcare, a conferma dello stretto
collegamento fra le due opere, il maggior sviluppo dato a Mascagni al coro bacchico del
Nerone rispetto agli spunti originali della Vistilia. Nel Nerone ci
sono infatti numerosi gruppi di versi che nel testo di Vistilia non hanno
riscontro alcuno, come i seguenti: "Sopra il desco olezzante di rose, più soavi di
bocche amorose... ecc.". Ove, anche musicalmente aleggia persino un'eco dall'antico
"Viva il vino spumeggiante!...".
Il Gragnani chiude i suoi raffronti citando una delle più celebri frasi melodiche di
Nerone: "È una festa di voli: Già le garrule rondini han fatto il nido..." (atto
secondo, scena terza) e ricordando quella analoga, rivolta da Elio a Vistilia
morente (atto quarto, scena seconda): "È una festa di voli, ivi le garrule rondini
fanno il nido...", ma omette di anteporre a questa strofa di Elio le due quartine che
invece la precedono nel testo Vistiliano ("Oh, vivi, o prediletta, o fior
dell'anima, vivi... ecc.") alle quali in tutto corrispondono prosodicamente gli otto
versi scritti per il Nerone ("Egloge, o tutta bella, o fior purissimo,
t'amo..."). Il che fa sì praticamente che l'intero duetto d'amore del secondo atto del
Nerone trovi il suo antecedente in quello già composto (ma in ben diverso
contesto drammatico) per Vistilia. Sorte singolare è quella toccata al duetto ora
descritto ed al brano di Vistilia indicato dall'Alaleona come "Lamento d'Elio".
Entrambi infatti entrano nel Nerone in situazioni drammatiche capovolte rispetto
a Vistilia: il primo muta il suo contenuto tragico in quello lieto della scena
d'amore; il secondo, nato appunto come "lamento", abbandona il significato
malinconicamente erotico per assumere quello della infuocata invocazione bacchica ("Oh,
vieni liquida porpora, vieni...") che, preceduta da una nuova frase melodica in sette
battute contrassegnata dalla didascalia "Lentamente, dolcissimo" e intercalata in ogni
strofa dal commento-contrappunto di Atte, caratterizza la scena sesta del primo
atto.
Il Gragnani non si sofferma su questo importante momento dell'opera e neppure su un
altro delicato squarcio melodico citato dall'Alaleona: il cosiddetto "coro delle
venditrici di aranci", che dalla Vistilia (atto primo, scena seconda: "O luminosa
terra di Sicilia... ecc.") è con probabilità passato al Nerone nel secondo atto,
scena quarta, come coro delle greche fanciulle ("O luminosi margini dell'Ellade...").
Ciascun testo dei due cori consta infatti dello stesso numero di versi - otto - tutti
del medesimo metro. Ma anche in questa occasione Mascagni ha saputo nel Nerone
accrescere e abbellire la composizione precedente integrandola col delicato contrappunto
- a solo - di Egloge: ("O Anadiomene, di mirti e gigli... ecc.") ed ottenendo un
risultato d'insieme davvero rimarchevole anche sul piano della novità del
linguaggio.
A questo punto occorre osservare che nessun'altra parte di Vistilia si presta
ad essere accomunata al melodramma che vide la luce nel 1935. Brani poetici di varia ed
eletta fattura, ve ne sono in buon numero, ma nessuno si adata a fornire materia di
sicura e neppure probabile utilizzazione, da parte del maestro, per la veste musicale
definitiva della sua ultima opera. La quale contiene abbondante materiale compositivo di
nuova creazione, culturalmente al passo col Neoclassicismo dominante e peraltro sempre
memore di uno stile inconfondibile, quello che ha segnato in profondità ogni e qualsiasi
produzione di Pietro Mascagni.
Accennerò molto brevemente per ragioni di spazio alle più cospicue zone della
partitura neroniana che meglio ne rappresentano la modernità e la forza dell'invenzione.
Intanto - dopo i cupi accordi iniziali e l'incisivo esordio affidato alla voce del basso
- il duplice declamato di Nevio (scene seconda e quarta dell'atto primo) comprendente la
frase cromatica "Chi può dalla rovina salvare Roma e il mondo?"; e poi l'improvvisa
apparizione del protagonista nella Suburra, accompagnata da una trascinante ed epica
melodia strumentale; quindi un notevolissimo arioso di Atte (scena sesta): "Ancor
t'illudi... già i Germani oppressi... ecc"); nel secondo atto, scena terza, la danza di
Egloge, il brano più noto di tutta l'opera, cui fanno seguito
- alle scene quarta e quinta - un nuovo arioso di Atte ("Non danzare sull'orlo
dell'abisso...") e l'"andante delicato" di Egloge, di preziosa fattura, che inizia con
la frase "Oh, lasciami goder la giovinezza!"; nel terzo atto, primo quadro, il canto
accorato, "lento" e "pianissimo" di Nerone per Egloge morente ("Tu soffri, o mio
tesoro... ecc.") e poi alla scena quinta una nuova sortita di Atte nel corso di un
ispirato duetto con Nerone: "Perchè mi innamorai dì un uomo tanto crudele e vil?...". E
ancora: il denso interludio orchestrale, prima dell'inizio del secondo quadro che nelle
quattro scene colme di recitativi e declamati melodici e nei suoi intensi quindici
minuti di durata, è la parte più nuova e più vicina ai canoni della musica europea
maggiormente evoluta al tempo della sua composizione. In essa tra fantasie oniriche ed
esplosioni di sentimenti contrastanti primeggia l'andante in ritmo ternario affidato al
canto melodico di Atte e avvolto dal suono di un quartetto di violoncelli, comprendente
due strofe che iniziano con le parole: "Né tu possa mai risvegliarti, o grande
infelice!".
È l'ultima melodia operistica di Mascagni.
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