This article was written by Mascagni in late 1913 and published in
La Lettura in January 1914.
C'è una curiosità che mi stuzzica quasi sempre quando ho notizia di
un'opera nuova. Come sarà nata ? Come sarà balenato il primo pensiero
che poi nella elaborazione ha dato vita e in qualche caso, che
Dio tenga ben lontano ha dato morte al lavoro? Una curiosità che
mi pareva facilissimo di poter soddisfare. Ma adesso che ho appena
finito di scrivere Parisina, se io mi domando come è nata e se
voglio essere coscienzioso, devo rispondermi :
Aspetta un momento, caro mio, che mi riordini le idee.
Ecco. Io veramente l'antefatto, cioè il primo lavoro di approccio fra
l'editore e il Poeta non lo conosco. A un dato momento seppi che era
arrivato in segreto all'editore un libretto, e più tardi seppi che
questo libretto era di D'Annunzio, e che l'editore Lorenzo Sonzogno
voleva un colloquio con me. Andai da lui ed egli mi disse :
Che direste se vi offrissi da musicare un libretto di Gabriele
D'Annunzio?
Io chiesi subito : Una riduzione
No, no, un libretto originale.
Come? D'Annunzio ha scritto un libretto per opera? E per chi l'ha
scritto?
Per dei punti interrogativi.
E mi mostrò il manoscritto sul cui frontespizio, in magnifica
calligrafia, con inchiostro rosso e nero, stava scritto :
« Parisina, tragedia lirica di Gabriele d'Annunzio intonata da
?????????? ».
Volete con le lettere del vostro nome e cognome coprire i punti
interrogativi?
Ma non è possibile feci io perché i punti interrogativi
sono dieci e il mio nome e cognome fanno quattordici lettere.
Pregheremo D'Annunzio di aggiungere altri quattro punti
interrogativi.
L'idea era così bella che non potei resistere, anche perché il
libretto originale mi attraeva. Già altre volte aveva avuto delle
trattative, molti anni fa, col Poeta. Avrei dovuto con lui fare un
Orlando innamorato. Ma c'era sempre un pericolo nel musicare
una tragedia di Gabriele D'Annunzio. E il pensiero del pericolo mi
ritornò anche in quel momento in cui Lorenzo Sonzogno mi presentava
questo libretto : « Se io dico di sì, e poi non sono capace di
musicarlo ? se il libretto non è fatto per il mio temperamento ? se
D'Annunzio non è riuscito a costringere la sua poesia alata nelle
strettoie di un'opera per la scena lirica ? tutti se la prenderebbero
con me: dannunziani, antidannunziani, i miei amici, i miei
nemici. Sarebbe una rovina ». Allora io dissi a Sonzogno :
Prima di accettare vi metto una condizione : chiedo venti giorni
di tempo per darvi una risposta.
Sonzogno fu così gentile da aderire.
Nel libretto, quei tali punti interrogativi avevano una quota che dirò
di valutazione. Nel contratto passato fra il Poeta e l'editore, il
Poeta calcolava i punti interrogativi a questa stregua : aveva messo
in diverse categorie i diversi maestri. Se si trattava di un maestro
conosciuto la quota domandata dal Poeta aveva un valore : mettiamo
dieci. Se era per un maestro ignoto, allora la quota aumentava :
cinquanta. Naturalmente io non mi preoccupai di sapere in quale
categoria mi avrebbe collocato il Poeta. E mi presi il libretto. Anzi
non lo volli nemmeno prendere. Dissi semplicemente all'editore ch'io
partivo per Roma, e Sonzogno venne a Roma e mi consegnò il
libretto. Io consegnai a lui la lettera nella quale dicevo che fra
venti giorni avrei dato una risposta decisiva. E in quei venti giorni
mi misi a studiare. Senonchè l'editore impazientito di dare una
risposta immediata al Poeta, o forse dietro sollecitazione del Poeta
stesso, si decise a fare un telegramma a D'Annunzio dicendo che sarei
stato io a musicare Parisina. Naturalmente quel telegramma mi rese un
po' perplesso perché chi sa se D'Annunzio avrebbe avuto piacere della
scelta ? Ma il 23 aprile telegrafai io a D'Annunzio nel modo seguente
: « Ho accettato Parisina ». La mia perplessità
durò poco perché il giorno seguente D'Annunzio mi rispondeva con
questo gentile e affettuoso telegramma : « Grazie. Attendo
grandi cose. Verrò a incontrarla quando le piacerà. Ho molto da
dirle. Le stringo la mano. Gabriel ». Allora ci davamo
ancora del lei. Io dissi all'editore :
Ho bisogno di sentire declamare tutta questa tragedia dal Poeta.
 La villa di D'Annunzio a Arcachon. |
Mi ricordo di non aver avuto la curiosità di leggere la tragedia tutta
di un fiato. Non solo ho letto il primo atto e poi l'ho riletto, ma mi
son fermato a tutto ciò che mi recava maggiore impressione. Ogni qual
volta mi faceva l'effetto di trovarmi davanti a un ostacolo, tornavo a
rileggere. Volevo penetrare lo spirito della tragedia. Infatti per
leggerla non ci ho messo meno di cinque giorni. E dopo questi cinque
giorni non mi ero deciso, perché in certi momenti quei versi
meravigliosi, così sonori, così ritmati, mi facevano gonfiare le vene
e sentire il cervello in fiamme, in certi altri momenti mi trovavo
davanti a tali difficoltà da impressionare qualsiasi maestro di musica
che si accingesse a musicare un simile libretto. Perché questa
impressione veniva anche dal fatto che l'editore mi aveva detto che
del libretto non bisognava cambiare una sillaba, non una virgola ;
salvo, se ci fosse stato bisogno, di apportare qualche taglio da
discutersi con il Poeta. Il mio animo si dibatteva in una incertezza
veramente grave : la vinsi e mi decisi perchè mi sentii afferrato
dalla bellezza del verso e dalla veemenza della tragedia. Quello che
io trovai in Parisina fu la trasparente semplicità della parola. Mi
pareva di trovarmi davanti non già ad un poeta che avesse curvato il
suo stile e la sua vena per scrivere il libretto, ma davanti alla
ispirazione di un temperamento nuovo, libero di ogni gravame. Di qui
l'entusiasmo immediato, anche davanti agli ostacoli che credevo di
aver incontrato. Il primo maggio festa dei lavoratori, che io
festeggio sempre lavorando, da buon proletario vado a Parigi,
trovo D'Annunzio pieno di entusiasmo e gli dico lo scopo della mia
andata, quello cioè di sentire da lui recitare la tragedia perchè
volevo prendere dentro il mio spirito tutte le inflessioni della sua
voce, per vedere se si potevano riprodurre con la musica. Ma ciò mi
provocò un vero sgomento. Perchè D'Annunzio fu quasi meravigliato di
questo. E mi disse :
Come ? Tu intendi di far la musica nel canto ?
Io non capii bene quella domanda.
Dunque tu non segui la scuola moderna, quella cioè che lascia il
canto recitato e fa commentare dall'orchestra quello che si dice ?
Confesso la verità che in quel momento io mi sentii avvilito perchè
tutta la mia vita è stata sempre spiegata per l'italianità della mia
arte : ho sempre detto che la musica e la parola devono essere
congiunte, perchè con la musica si può esprimere tutta la parola non
solo, ma anche più della parola.
Ma allora continuò D'Annunzio forse sono io che non
capisco quello che tu intendi. Non ti riesce più difficile quanto tu
vorresti fare, non è una fatica enorme quella di sobbarcarti ad un
lavoro di questo genere, tanto più che oggi hai un poeta vicino il
quale potrebbe dire: « butta via questo o quel pezzo che non va?
».
Naturalmente, è appunto per questo che voglio sentire recitare da
te la tua poesia. Io la musica ce l'ho già tutta in me.
E allora perchè non me la fai sentire ?
Quando tu mi avrai letto la tragedia, io ti farò sentire al piano
qualche cosa.
D'Annunzio fu così gentile da leggermi la « Parisina
» tutta di seguito, magnificamente. Io lo lasciai leggere senza
fiatare. Sentivo fluire dentro di me non solo il suono dei versi che
il Poeta recitava, ma l'intera musica. Quando D'Annunzio finì io gli
dissi :
Ti ringrazio. Sarai affaticato.
Non m'affatica il leggere. Anzi provo un diletto. Le mie opere
io le so tutte a memoria. Quando mi fai sentire la musica ?
Quando ritornerò.
Quando ci vediamo? Vieni tutti i giorni. Io ti aspetto.
 Il finto ingegner Basevi. |
Questo avveniva a Parigi, all'Hôtel de Jena, un albergo poco
conosciuto : io avevo notato con piacere che nell'appartamento non
c'era un piano.
L'indomani, appena entrato nella stanza del Poeta, vidi che il
pianoforte c'era. E D'Annunzio con grande semplicità mi disse :
Vedi, ti ho fatto trovare il piano.
Ma così, subito, vuoi sentire la musica ?
Io forse non ti ho letto subito i miei versi ?
Ma non è lo stesso, perché tu già li avevi scritti.
In ogni modo ti farò sentire qualche cosa.
Mi misi al piano e improvvisai. Non avevo scritto una riga, ma l'avevo
così dentro di me che mi sembrava di averla già scritta quella musica.
Il concepimento della musica è una delle cose per me più
inesplicabili. Noi continuiamo a vivere la nostra vita di ogni giorno
: stiamo con gli amici, si gioca, si perde, in qualche momento ci si
arrabbia, ma noi abbiamo sempre questa cosa nella mente. L'idea lavora
lavora : è un tormento delizioso, una funzione che sembra quasi
estranea a noi, tanto procede per suo conto. E si lavora sempre,
continuamente. È curiosissimo. La distrazione da questo lavoro non
esiste, qualunque cosa si faccia. Starei per dire che si dorme e non
si pensa che a quello. Come va che quando uno si sveglia gli sembra di
aver seguito per tutta la notte il suo pensiero? Mah, chi lo sa! Io
avrei potuto perdere l'intero manoscritto di Parisina e sarei
stato capace di riscriverla tale e quale. Io penso, e forse dico una
cosa vecchia ma non me ne importa, io penso che la musica é un modo di
sentire, un modo di pensare. A noi musicisti ogni visione, ogni
impressione un colore, un grido, un quadro, un tramonto, un
fiume, dà una sensazione musicale. Merito del musicista ? Merito
del fatto che origina l'idea. Ed ecco che se la potenza di un bel
poema suscita belle sensazioni musicali, io dico che la musica è
provocata e sollevata dalla poesia. Io vedo, per esempio, nel mio
lavoro un satellite che riceve luce, e colore, e forza, da quel sole
che è il poema.
Dopo che ebbi suonato qualche cosa al pianoforte, D'Annunzio mi disse :
Non toccare più questa musica. Tu hai espresso ciò che io
sentivo. Anzi ti dirò che nella musica vi è qualche cosa di più del
mio verso.
 D'Annunzio ad Arcachon : il pasto dei piccoli amici. |
Così mi incoraggiava a proseguire. D'Annunzio non conosce la
musica. Però ha uno spirito musicale dei più raffinati, anche nel
senso che dirò meccanico. Un giorno gli feci sentire una frase. Egli
mi disse: « Bellissima ». Naturalmente, quando noi
scriviamo la musica, abbiamo la disgrazia della tecnica che è una
scienza, e che quindi ci sciupa sempre la spontaneità prima. Scrissi
la frase e gliela feci risentire. Egli mi disse subito: « Me
l'hai cambiata di certo. L'altro giorno sentivo il mio verso e ora non
lo sento più ». E infatti era vero. Allora rilessi il libretto e
rifeci al pianoforte la frase. Ed egli subito: « Ora sta bene
». Non è soltanto memoria, questa. È squisito senso musicale. Io
però una volta ho sentito D'Annunzio cantare e suonare al
pianoforte... E come canta e come suona ? Via, non siamo troppo
indiscreti...
Quando studiavo i libri di musica sacra per trovare per le parole
latine del D'Annunzio i canti che più vi si sarebbero adattati, credo
che nessuno mi avrebbe dato l'aiuto che mi ha dato lui. E in certi
momenti dicevo : Tu sai la musica.
Ed egli rispondeva : Avevo una grande disposizione, ma non l'ho
mai studiata.
Pur è certo che per lui la musica sulla parola ha una presa
straordinaria. E questo si capisce perché non c'è un uomo che sia più
poeta di lui quando dice : « Io ho scritto questa poesia e non
ammetto che si faccia in un'altra maniera ».
 D'Annunzio e i suoi cani ad Arcachon. |
Dopo quel primo lavoro di preparazione tornai in Italia con l'idea di
lavorare. Però, senza neppure cominciare, mi accorsi che non mi
sarebbe stato possibile. Quando io prendevo la tragedia di D'Annunzio
mi pareva di essere solo, che mi mancasse tutto. Mi pareva che mi
sfuggisse dalla mente il libretto. « Io credo che la
collaborazione del Poeta dissi mi sia necessaria. Ma forse
non è così ». E un bel giorno presi il treno e me ne andai in
Svizzera. Era il dieci di luglio. In Svizzera andai da per tutto, ma
non potevo lavorare. Non era possibile. Tanto che ne scrissi a
D'Annunzio. E D'Annunzio mi rispose invitandomi ad Arcachon. Già in
Svizzera dove viaggiavo in incognito come un finto principe sotto
il nome di Armand Basevi, ingegnere D'Annunzio, che è un
meraviglioso animatore e che sapeva trovare la via diritta per
spronarmi all'opera, mi mandava perfino delle cartoline illustrate per
legarmi al pensiero. Ne ricordo una. Diceva : « Ecco il pieno
del secondo atto. L'idolo monta ». E la cartolina presentava una
enorme ondata. E un'altra cartolina che figurava una ondata più vasta
recava scritto : « Guarda che onda ! Quella della ispirazione
era più grande ancóra ! ». E un'altra dove era figurato un
tramonto spaventoso : « II tramonto sull'Adriatico nella sera di
battaglia doveva somigliare questo ». D'Annunzio, dopo il
telegramma d'invito che diceva: « Ti aspetto. La landa è più
musicale che mai. Arrivederci. Gabriel », me ne mandò
degli altri. « Torno ora dall'eremo. Desidero notizie. Spero che
tu lavori e che verrai. Arrivederci ». « Tornerò nella
landa mercoledì prossimo per aspettarti ». Ma io non mi decidevo
mai ad andare e continuavo a fare in Svizzera il finto Basevi. E non
lavoravo. Ma forse in quella mia nervosità astinente era invece un
continuo lavoro di concezione e di completamento. Intanto D'Annunzio
seguitava ad invitarmi per andare ad Arcachon. Quando seppi che non
c'era luce elettrica, non c'erano caloriferi, francamente mi spaventai
e decisi di non andarci. Ma poiché sapevo che ogni mese egli si recava
a Parigi, decisi di portarmi là. Pur troppo Parigi non è una città
adatta per lavorare. Cercai allora una villa nei dintorni, a Bellevue,
e mi vi stabilii. Ebbi il conforto di aver subito D'Annunzio presso di
me. Nella sua prima tappa si trattenne quindici giorni. Eravamo al 2
di settembre 1912, e da quel giorno ho potuto iniziare il lavoro con
una serenità, con una tal velocità, che se dovessi ricopiare oggi il
mio manoscritto, ci metterei certo il doppio del tempo che mi c'è
voluto per comporre. Ho di quel periodo ricordi deliziosi. Al giorno
si passeggiava e si giocava con mia figlia Emy. Veniva D'Annunzio e si
giocava alle bocce. Egli per giocare infilava i guanti bianchi,
incastonava nell'occhio la caramella, e giocava, e sbagliava
sempre. Un giorno invitai alcuni amici comuni per fare una partita
classica di bocce. Il Poeta aveva l'onore di mettere lui il boccino. E
difatti mise il boccino e poi vi tirò la sua boccia vicino. Vicino per
modo di dire, perché fra il boccino e la boccia c'era almeno una
distanza di otto metri, tutta quella che era consentita dalla
larghezza del terreno. Fu una risata generale. E D'Annunzio si voltò
serio serio :
Perché ridete? Il punto non è forse mio ?
 D'Annunzio ad Arcachon. |
Le sue visite erano frequenti e brevi : poi egli tornava ad Arcachon,
ma chiedeva sempre notizia del lavoro. In ottobre stette assente un
po' di tempo. Ed ecco che mi scrisse una lettera col suo motto «
Per non dormire » inghirlandato di alloro :
« Mio caro Pietro. Ricevo d'ogni parte notizie mirabili del tuo
lavoro. Una lettera editoriale mi parla, con un tono lirico insolito
in un circospetto meneghino, del duetto del secondo atto... Ma il
terzo atto! il quarto! Non ti so dire la mia impazienza. Sto
meglio. Il riposo e il buon vento dell'Oceano mi hanno
riconfortato. Arnvederci, arrivederci. Ti abbraccio di gran cuore
».
A Bellevue nel primo periodo di quindici giorni lavorai moltissimo con
l'assistenza continuata del Poeta. Poi D'Annunzio andò a Parigi, ad
Arcachon, e io mi sentivo mancare, tanto più che mi ero abbattuto
davanti a una difficoltà che per me era insormontabile : bisognava
descrivere con delle note di musica il canto dell'usignolo. E io
confesso che in vita mia non ho sentito mai cantare l'usignolo. Una
cosa che credo succeda a molti i quali lo descrivono
magnificamente. Resta soltanto a vedere se quello che descrivono è il
canto dell'usignolo. Io speravo che D'Annunzio mi sapesse dire come
cantasse.
Bisogna andare insieme a Versailles mi disse.
Andiamoci.
Gli usignoli adesso non cantano.
Ma come? tu non mi puoi dire come cantano, tu che hai descritto
così bene il loro canto?
Io l'ho descritto, ma non te lo potrei rifare.
 Parisina. (Costume di Caramba). |
Ci sono a Parigi negli spettacoli di varietà degli uomini i quali
imitano il canto degli uccelli. E allora eccomi in giro in cerca
dell'uomo-usignolo, che non ho potuto trovare. Un giorno D'Annunzio mi
confida: « C'è un libro meraviglioso, il cui titolo non mi viene
in mente, che descrive il canto dell'usignolo con le note musicali
». Difatti lo rintracciò e me lo mandò. Era un libro di un
professor Hofmann sul canto degli uccelli : bellissimo, ma riportava
l'interpretazione che del canto avevan fatto Beethoven, Wagner, e
altri musicisti. Ahimè, continuavo a sentire il canto dell'usignolo
come gli altri dicevano di averlo sentito ! Scrissi desolato
all'editore, e un giorno l'editore venne da Milano a Parigi con una
gabbia meravigliosa e un magnifico usignolo. Meccanico ! Ma che
cantava alla perfezione. Bastava caricarlo. Era quello il vero canto
dell'usignolo ? Feci venire parecchi competenti : cacciatori,
dilettanti. Diedero prova di un accordo perfetto. Uno mi diceva :
« E tale e quale ». L'altro mi diceva: « Non ha
niente a vedere col canto dell'usignolo ». Ero dunque bene
illuminato ! Ma l'uccello meccanico mi servì per fare uno scherzo a
D'Annunzio. Ecco che egli arriva in una sera piovosa di novembre da
Arcachon a Bellevue. Io gli dico :
 Nicolò d'Este. (Costume di Caramba). |
Tu mi hai ingannato. Mi hai detto che gli usignoli in inverno non
cantano, mentre me ne son procurato uno che canta proprio in inverno.
Non può essere !
Ora te lo faccio sentire. Mando mia figlia nel salotto a caricare
l'automa. Ed ecco nel silenzio il canto dell'usignolo. D'Annunzio
s'illumina di sorpresa :
Questa è un'illusione! È mirabile !
Vuoi vederlo?
E profittando della penombra lo conduco a vedere l'usignolo. Egli
guarda e ammira estatico, poi a un tratto sente il rumore della molla
ed esclama :
Ma questo è meccanico ! S'intende che, appena si accorse che era
meccanico, dichiarò che il canto dell'usignolo era ben diverso. Ma un
bel giorno ho detto a D'Annunzio che avevo scritto per l'usignolo la
musica. E gliel'ho fatta sentire. Egli è rimasto perplesso e in
silenzio. Poi mi consigliò :
Sai ? Se proprio proprio non è questo il canto degli usignoli che
tu sentirai in primavera, potrai sempre dire: « Da questo
momento gli usignoli canteranno come ho scritto io ! ».
E come scrissi il canto dell'usignolo così l'ho lasciato. Ma a
primavera non sono andato ad ascoltarli. Avevo paura che mi
smentissero !
 Uomini d'arme, cacciatori. (Costume di Caramba). |
A Bellevue si è lavorato tanto che l'undici di dicembre 1912 l'opera
era finita. Durante quel tempo avevo trovato come passatempo un
piccolo giocattolo : un bigliardino di latta. Facendo scattare la
molla c'era una pallina che saltava fuori e segnava i punti. Ma appena
ci mettemmo a giocare D'Annunzio mi vinse due luigi. Allora io dissi :
« Sospendiamo ». E non ne volli più sapere, sebbene
D'Annunzio ogni volta che arrivava mi dicesse : « Non
prendi il bigliardino ? ». D'Annunzio arrivava a Bellevue a
colazione. Egli veniva in automobile, ma questa automobile non la
rimandava a Parigi. La lasciava in paese, ai piedi della salita che
conduce alla villa, sebbene fosse a tassametro. L'automobile si
fermava, e il tassametro andava. Dopo pranzo ci mettevamo a lavorare e
si facevano le due le tre dopo mezzanotte. Noi lavoravamo, e il
tassametro anche.
Io gli domandavo :
Non c'è pericolo che il tassametro si guasti ?
Sono delle macchine perfette rispondeva.
E il meccanico cosa fa ?
Gli ho detto che vada prima a mangiare, e che poi si metta sulla
macchina a dormire.
D'Annunzio era sempre impassibile. Un giorno gli osservai :
Pensa che con quaranta centesimi tu puoi venire comodamente in
treno.
Ma per pagare quaranta centesimi bisogna averli. E tu sai che la
mia unità monetaria comincia da cinque franchi.
 Dame e sonatrici. (Costume di Caramba). |
Un giorno mi avvertì che l'indomani non poteva venire : doveva
scrivere degli articoli per giornali americani e inglesi che glieli
pagavano a cinque franchi per parola.
E quante parole scrivi ? Mah ! Duemila!
Salute!
Il giorno dopo, D'Annunzio arriva : « L'articolo? »
« Già scritto ». Ripartì alle due e mezza dopo
mezzanotte. Appena arrivato all'automobile che aspettava, lo vidi
sopra pensiero.
Voglio guardare nel tassametro disse quante parole del mio
articolo sono andate via !
Per andare dalla villetta fino a Bellevue noi dovevamo fare un lungo
tratto di strada rustica perché la villetta era come nascosta. E non
c'era nemmeno un fanale. Io avevo una lanterna di latta, che tenevo
con un fil di ferro, e con questa lanterna accompagnavo D'Annunzio
fino alla piazza di Bellevue. Una sera D'Annunzio fece :
Pensa un po' se qualche giornalista d'Italia potesse supporre che
noi tre c'era qualche volta con noi anche mia figlia dopo
mezzanotte, con una lanterna da quattro soldi, con un'aria da
malfattori, battiamo la campagna... Che sfacelo!
Io continuavo a Bellevue il mio incognito. E una volta ho corso anche
il discreto pericolo di passare semplicemente per una spia. Oh, cosa
da poco! La mia villetta era vicino a Issy-les-Moulineaux dove c'è il
gran parco d'aviazione. E un mattino mi dissero le mie due donne, la
spagnola e la francese, d'essere state chiamate in polizia per dire
chi eravamo io e mia figlia. Pareva strano, dicevano i poliziotti, che
un ingegnere straniero e una signorina non uscissero durante il giorno
e che qualche volta uscissero soltanto di notte con una lanterna e con
un terzo ignoto che faceva salire il tassametro dell'automobile a
prezzi favolosi. Ah, quell'automobile ! e quel tassametro ! E'
incredibile l'impressione di sbigottimento che in tutti i buoni
cittadini di Bellevue destava la presenza misteriosa di
quell'automobile che si fermava e restava lì ad aspettare, ad
aspettare. C'erano a volte dei gruppi di persone intorno. A Bellevue i
passatempi non sono molti : quello di veder salire il tassametro di
D'Annunzio era diventato il divertimento più in voga.

« Parisina », atto terzo : La camera « A Ursi » in Belfiore
(Bozzetto di Rovescalli per le scene della Scala).
|
Andavamo d'accordo in tutto, D'Annunzio ed io, ma una cosa ci divideva
: una questione di fumo. Io ho una notevole passione per i mezzi
toscani. Ne fumo trentasei trentasei mezzi, intendiamoci !
al giorno. D'Annunzio invece non ne può sopportare l'odore. Io lo
sapevo e non ho mai fumato dinanzi a D'Annunzio. L'amicizia non misura
i sacrifici...
D'Annunzio nell'intimità è la persona più cara. E' un uomo pieno di
delicatezze. Quando io lavoravo, aveva per me un tale riguardo ! E la
religione con la quale ascoltava ciò che avevo composto ?
Straordinaria ! Egli aveva una poltrona nel mio studietto. Si metteva
lì e non si moveva. Io mi facevo poi dire da mia figlia cosa facesse
il Poeta : io non lo potevo vedere perché stavo al piano, e leggevo la
mia musica inforcando i miei occhialoni cerchiati di tartaruga. Mia
figlia mi diceva : « D'Annunzio presta una attenzione che mi
sorprende. Tu sei stato a pianoforte un'ora e mezza, e mi pareva che
egli non battesse ciglio. Solo nei momenti salienti ha fatto dei
movimenti impercettibili ». Era dove la musica gli piaceva di
più. O bei giorni di Bellevue ! O infantili passatempi ! Oltre che
alle bocce si giocava anche al tamburello. D'Annunzio non è un grande
giocatore di bocce, ma al tamburello è ancora più originale. Quando
gli arrivava la palla di rimbalzo egli la evitava. E diceva : «
Cosa vuoi ? mi fa paura ! ». Ma il ricordo di quel periodo è
delizioso anche in lui. In una delle sue ultime lettere mi scrive :
« Correggendo le bozze, di tratto in tratto ero attraversato da
vene di musica. Frasi intere, periodi interi, specialmente del secondo
atto, mi risorgevano dal fondo dello spirito con una vivacità
meravigliosa. O bei giorni, fervide notti di creazioni e di
aspettazione ! Te ne ricordi ? ». La nascita di alcune frasi di
Parisina è un po' curiosa. Un giorno a Roma un amico al quale avevo
letto un po' di tragedia mi disse la grande impressione che gli aveva
fatto la frase di Ugo a Parisina al secondo atto, quando Ugo ferito e
anelante dice :
Or che saria di Parisina? Or voi
composto m'avereste nella bara,
poi, legata la cassa in sul giumento,
ricondotto laggiù per la via lunga,
accompagnato fra le dolci cose
di primavera...
Era una frase che aveva grandemente colpito anche me : l'avevo tutta
in mente. Siam tornati a casa, mi son messo al pianoforte : e quella
frase è oggi scritta come allora mi sgorgò. Un altro giorno andai a
Firenze per dirigere una recita di Isabeau. Trovai l'amico Franchetti
che mi invitò a colazione, e naturalmente tutta la colazione fu
occupata da Parisina, tanto più che Franchetti aveva musicato un'altra
tragedia di D'Annunzio.
Avrai trovato delle gravi difficoltà ? mi chiese Franchetti.
Certamente le troverò, perché non ho fatto ancora niente. Il
lavoro di concezione è il più grave. Vedi : al primo atto c'è una
quantità di stornelli popolari che mi piacerebbe di far bene. Sai,
qualcuno mi viene in mente, e lo lascerò così, perchè anche se mi
diranno : « questo assomiglia a qualche cosa »,
risponderò : « grazie, è quel che voglio. Se
dev'essere popolare dev'essere pur nato nell'anima della
folla ! ».
Mettiti allora al pianoforte !
Mi misi al piano e improvvisai il coro delle Fanti al primo atto :
Che foco è questo ch'arde e non consuma?
Che piaga è questa che sangue non getta?
Sia stata la presenza di D'Annunzio, sia stato il grande fervore
suscitato in me dal poema meraviglioso di poesia e di tragicità, fatto
è che questa mia opera più vasta di mole di tutte le altre
l'ho scritta in centododici giorni, e quando sono arrivato alla fine
mi sono sentito triste e guardando tutto il manoscritto ho detto :

« Parisina », atto quarto : La torre del Leone
(Bozzetto di Rovescalli per le scene della Scala).
|
Mi hai ridato una giovinezza prodigiosa. Ora che ti ho finito,
Parisina, mi pare che tu mi abbandoni, e con te mi abbandona la
giovinezza tua prodigiosa !
Ma c'era da compiere l'istrumentale. Questa opera mi è sgorgata non
solo nel suo canto, ma nella sua vasta complessità, e
l'istrumentazione in varie parti era già segnata. Tanto è vero che il
mio abbozzo contiene tutto, perché invece che su due righe per il solo
piano, era venuto in quattro, in cinque. Io vedevo già tutta la mole
di questo lavoro, e avevo bisogno di riposo. Perché lo sforzo che ho
fatto non l'ho sentito mentre lavoravo, ma dopo. Infatti ho terminata
l'opera l'undici dicembre. L'ho cominciata a strumentare il primo di
maggio, per la solita festa dei lavoratori. E passai tutti quei mesi
senza lavorare, divorziato da Parisina. E dopo, per lavorare a Roma,
ho preso una villa a Milano, e ho trovato che Milano è una eccellente
stazione climatica, specialmente di estate. Ma lo strumentale mi è
costato, a scriverlo, molto più tempo che la composizione
dell'opera. Questo è indubitato. Ho cominciato il primo maggio e ho
terminato ai primi di novembre. Finito allora il lavoro, finalmente?
Ma che! La scelta degli interpreti, le scene, le prove alla Scala... E
ho avuto a carico mio la responsabilità della messa in scena della
tragedia nuovissima oltre che dell'opera. Responsabilità doppia. E il
Poeta, che pur di lontano mi assisteva, non voleva venire. E io
scendevo in orchestra...
C'è della gente che mi domanda l'impressione di angoscia che devo
provare io, autore, nel dirigere personalmente la prima
rappresentazione di una mia opera. Ma proverei una angoscia assai
maggiore se fossi lontano ! Perchè l'idea di essere io il responsabile
della esecuzione mi tiene forzatamente con la testa sulle spalle. E
poi io voglio sempre pagare di persona. Mi sembra un duello col
pubblico, e ci voglio essere anch'io. Però vi assicuro che l'inizio,
fino a che non sento se il pubblico mi segue o meno, è una cosa
tremenda. Io non ho diretto sempre le mie opere. Ho cominciato,
ricordo, col Ratcliff alla Scala, e ne ho provato una grande
impressione. Ma sto sempre meglio che se fossi lontano. Però la
toeletta di quella prima sera, il presentarsi in orchestra dinanzi
alla sala affollata e impaziente, e il silenzio terribile di prima
dell'attacco... C'è da provare una sensazione di smarrimento, quel
tale gelo che i romanzieri chiamano il sudor freddo. Io non sudo, ma
il freddo lo sento.
Ecco, io scrivo queste piccole confidenze tra il fervore turbinoso
delle ultime prove, mentre sento gravare sull'opera l'attesa
smisurata. E mi è di una dolcezza infinita, o nostra Parisina, fiore
di passione e di poesia, ricordare il tempo caro e tormentoso della
creazione, quando tu nascevi nel silenzio commosso dei nostri cuoti ed
eri soltanto nostra ! Il ricordo apparirà qui al pubblico quando il
pubblico avrà già detto il suo giudizio. Allora...
Il dado è tratto, vediamo che cosa segna...
PIETRO MASCAGNI.