Mascagni.org - The most comprehensive online resource about Pietro Mascagni.
Home
Mascagni.org's Home Page
News
All the Mascagni-Related News
FAQ
Frequently Asked Questions
Biography
Mascagni's Life
Bibliography
Books and Articles About Mascagni
Discography
Extensive Discography with CDs, DVDs, LPs, and More
Works
Mascagni's Works
Libretti
Libretti and their Sources
Performances
Historical Live Performances
Articles and Texts
Original and Historical Texts
Photo Albums
Photos and Documents
Original Documents
Books, Articles, Libretti, Scores, and other original documents
Audio Files
Download and Play Audio Files
Movies
Watch Mascagni Conducting Nerone
Features
Mascagni.org's Special Features
Wish List
What Mascagni.org Wants!
Contributions
Contribute to Mascagni.org
Newsletter
Stay Informed
Links
Mascagni on the Web
About Mascagni.org
Information about Mascagni.org and Contact Information
Technical Information
Technical information about the web site
Changes
Changes to the Site
See Also
Printable Version
Navigate Act II Parisina Libretto

Atto Quarto

La Torre del Leone

Appariscono le Segrete in fondo di torre. Un archivolto sopra due pilastri tozzi, aperto nella muraglia maestra, lascia scorgere il luogo della giustizia a traverso un saldo e rudo cancello di ferro. Un'apertura verticale, lunga e stretta come una balestriera, è l'unico occhio del carcere; ma non vi passa alcun barlume, essendo ancor notte, poco innanzi mattutino. Quivi è il ceppo apprestato, e il giustiziere co' suoi manigoldi e con l'altra sua gente; e i torchi v'ardono. Alcuno non è di qua dalla muraglia, di qua dall'arco inferriato. Chiuso è l'usciuolo che dal lato manco dà accesso a questa parte.

Ugo e Parisina sono di là dal cancello, in piedi entrambi, allacciati così che sembrano indissolubili. La voce di lei, nella gola che sta per esser mozza, è fresca come il giubilo dell'allodola.

PARISINA

Non odo più,
non odo più la stilla
del tempo che cadere
udivo nelle notti
senza riposo.
L'alba indovino.

UGO

Né odo il cuore;
ché non più sire
egli è delle mie vene.
Per la tua vita
accôrre, la mia vita
non ha confino.

PARISINA

Udito hai tu,
udito hai tu sul muro
della torre crosciare
la piova? Tutto è fresco,
tutto è mondato.
Or mi ricreo
come il fil d'erba.
E so che nel ciel ride
già la stella diana.

UGO

Passato è un tempo,
passato è un tempo
ch'io non posso più dire;
e quel che innanzi avvenne
e quel che dopo ancóra,
io nol viddi, nol seppi.
Forse or ti nasco;
e la morte, ch'è sopra,
par sì lontana.

PARISINA

Ah tu non sai,
non sai qual sia
nella tua bocca
la voce nova!
La volta cupa
ove risuona
sembra il segreto
antro d'un fonte.

UGO

Vedi che occhi
s'apron ne' miei?
In me tu sali,
cresci qual mare
senza amarezza.
Il flutto è in sommo.
Non ho il tuo sguardo
sotto la fronte?

PARISINA

Tutte le lacrime,
ah tutte le mie lacrime
son divenute un sorso
d'acqua sorgente!
L'ho nella bianca gola.
Ho la più fresca
acqua del chiaro mondo
nella mia gola
che sta per sanguinare.

UGO

O mio fascio di foglie,
o mio fastello d'erbe,
dove ti porterò?
È più dolcezza
nella tua tempia,
in tra 'l ciglio e i capelli,
che in qualunque contrada
del chiaro mondo. Or dove
andrem noi dimorare?

PARISINA

Se tanto ardemmo,
se tanto ci struggemmo,
se fummo in tanto foco,
novel tempo d'ardore
pur nel mondo di giù
andrem noi ritrovare?

UGO

Non nel mondo di giù,
non nel mondo che rugge.
Detto l'hai. Tutto è fresco,
tutto è mondato.
O mio fastello d'erbe,
dove t'ho da posare?

PARISINA

Posami accanto al ceppo.
C'inginocchiammo
due volte. Anco due volte
bisogna, o bello
e dolce amico,
bisogna a noi due volte
i ginocchi piegare.
La prima nel peccato,
la seconda nell'onta,
la terza nella morte,
la quarta nell'eternità....

Per s'usciuolo ferrato irrompe con un grido Stella dell'Assassino; e la segue la sua donzella che ammantata resta contro lo stipite.

PARISINA

Fa cuore.
Quella che grida è la tua madre.

STELLA DELL'ASSASSINO

Figlio!
O figlio, dove sei?
dove sei? Non ti scorgo,
non ti trovo. Rispondi!
Rispondi! Cieca sono
di pianto. Dove sei? Tardi son giunta?
T'hanno ucciso? Discendo
in un sepolcro? Tutto è spento già?

Ella va barcollando dall'ombra verso il chiarore dei torchi; urta le mani nel cancello, vi s'afferra, lo scuote; poi ficca il suo viso tra le sbarre e guata.

Ah, sempre ella ti tiene!

Disperatamente si sforza di scuotere l'incrollabile ferro. La coppia non si scioglie: annodata e fissa rimane, come escita dal senso, come già dipartita e lontanissima.

Figlio, figlio,
io, io sono! Non m'odi?
non mi conosci?

Dinanzi al silenzio si smarrisce. Le sue mani incerte vagano sul suo volto scavato dall'ombra.

Ah, questo è sogno, questo
è sogno, o sortilegio,
o somiglianza di follìa. Che mai?
Certo, ah certo, incredibile
è ch'io m'abbia il mio senno,
e pur ch'io viva.
Ma vivo, e guardo, e vedo. Questo è ferro.
Alcuna cosa dunque
v'è più chiusa di questa,
v'è più sorda del muro,
più cruda della morte,
per separare dalla madre il figlio,
la carne dalla carne, me da te?

Ancóra ella ficca tra le sbarre la faccia, e ansa come appesa a ordigno di tortura.

O legamento d'Inferno! Se più
ti chiamo, più la serri! Come più
grido, più ti nascondi!
Quanto più mi dispero,
più ti profondi in lei!
O svergognata femmina, che gli hai
tu fatto? E tu,
e tu da che sei nato?
Sciogliti, slàcciati,
da te scacciala, salva
l'anima tua!

Ella grida e s'agita invano come sopra lapide di tomba che non rende il sepolto.

Ma volgi il capo, volgi
almeno il capo, guardami una volta
sola! Chi ti son io?
Chi sono?

Il furore la solleva e la moltiplica.

Scrollerò
il ferro, torcerò
le sbarre, strapperò
i serrami. Ho la forza
di mille. O mala femmina,
lascialo! Ti comando
di sciogliere il mio figlio!

Il furore la strozza e l'accascia. I ginocchi le mancano, e i gomiti. Ella cede, s'umilia.

Ebbene, sì, tu l'hai.
Tu me lo prendi,
tu me l'uccidi,
tu me lo danni. È tuo.
L'hai suggellato in te
meglio che nella pietra
del sepolcro. Ma rendimelo
per un attimo solo,
ch'io lo baci e riversa piombi giù!
Rendimelo pel bacio d'agonia!
Sì, forte sei. È tuo,
tuo. M'inclino, mi piego,
imploro. È tuo per sempre.
Lo so. Perdono
ti chieggio d'ogni grido.
Ma sol voglio baciarlo,
toccare il suo mento
e i suoi capelli,
guardarlo per un attimo
negli occhi, e nulla più.

Parisina abbandona le braccia lungo i fianchi e un poco discosta il viso. Ma l'amato non allenta la stretta; anzi è come colui che, giacendo su la bocca, prende l'origliere co' due pugni per più profondarsi nel nero sonno.

PARISINA

Vedi, non io lo serro
e non io tel diniego,
madre. Santa mi sei,
però che di te nacque.
E fammi perdonanza,
se puoi. Donami pace.
Ma forse non udita
da lui fu la tua voce;
né forse ei l'ode ancóra;
ché già, quando apparisti,
èramo là
donde non più ritorna
né più si volge
l'anima innamorata.

Dolcemente ella solleva il capo dell'inconsapevole, disnodargli tenta le braccia tenasci.

Intendi, o dolce amico.
Venuta è la tua madre
all'altra riva
per donarti commiato.
Convien che tu ti volga,
che incontro a lei ti muova
e che l'acqua rivarchi.

Egli sospira dal profondo, come rioppresso dalla nuvola del suo corpo.

UGO

Ah, soffro!

LA MADRE

O figlio!

PARISINA

Va.

UGO

Ah, perché soffro?

LA MADRE

Figlio!

PARISINA

Va.

UGO

Tu mi tieni.

PARISINA

No. Va.

Ello lo sospinge. Penosamente egli si muove come vincolato. I suoi occhi sono socchiusi come quelli che temono essere feriti o non sanno fugare il sopore. La sua voce è come di fanciullo smarrito, quella di Parisina è come soffio di persuasione.

UGO

Vieni. Accompagnami.

PARISINA

Va. Va.

Egli s'arresta, quasi che da grande fatica estenuato sia per tentar di rompere il legamento invisibile. Chiama come in angoscia mortale.

UGO

Non posso. Parisina!

Con tutta l'anima abbrancata al ferro che non si crolla, la madre protende le labbra verso lui.

LA MADRE

O figlio,
o figlio, vieni, vieni!

Egli non più s'avanza. Non può giungere fino a lei. Non può ricevere il bacio materno. Altri suggellò le sue labbra per l'amore e per la morte. Chiama ancóra dal profondo; e si rivolge. E di sùbito la forza gli si riprecipita nelle vene, per gittarlo ancóra sul petto dell'invitta amante.

UGO

Parisina!

Dalla disperazione materna erompe un urlo inumano. Parisina prende tra le palme la faccia del morituro e l'affisa. Poi lieve inviluppa in un drappo nero il bel capo che dev'essere mozzato. Mentr'ella fa l'atto di condurre la vittima verso il ceppo, il giustiziere muove un passo, la scure brilla. Esala il grido estremo la madre, e cade riversa. Si scorge Ugo inginocchiarsi dinanzi al ceppo e di contro a lui inginocchiarsi Parisina, togliergli d'intorno al capo il drappo, ancóra prendergli tra le palme il capo e quivi sul ceppo tenerlo sotto il colpo imminente. Per la balestriera entrano il barlume dell'alba e il segno fioco della Salutazione angelica.

EXPLICIT TRAGOEDIA.