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Il verso e la musica: Parisina di Pietro Mascagni
by Alessandro Rizzacasa, Tetraktýs, September 2000
© 2000 Alessandro Rizzacasa
See also the English version.
1. Recensione CD
Pietro Mascagni: Parisina (tragedia lirica in quattro atti * di Gabriele d'Annunzio)
Denia Mazzola (Parisina), Vitali Taraschenko (Ugo d'Este), Tea Demurishvili (Stella dell'Assassino), Alexandre Vaneev (Nicolò d'Este), Laura Brioli (La Verde), Valery Ivanov (Aldobrando Rangone).
Orchestra Filarmonica di Montpellier Languedoc-Roussillon / Coro della Radio Lettone / Maestro concertatore e direttore: Enrique Diemecke / Maestro del Coro: Sigvards Klava.
* La presente edizione accoglie una versione in tre atti.
"[...] ammiratore convinto di molte partiture mascagnane [...] trovo non meno che
scandalosa l'assenza, oltre che dai palcoscenici, persino dai cataloghi discografici
della sua Parisina [...]" così si esprime Elvio Giudici ne L'opera in CD
e video, posizione che condividiamo senza fatica. Almeno una delle due lacune
lamentate dal critico milanese viene ora ad essere colmata, infatti l'incisione
discografica di Parisina è, in questo anno duemila, finalmente uscita. Il
melodramma di Pietro Mascagni, su testo di Gabriele d'Annunzio, nella sua pur breve
vicenda teatrale ha subìto travagli che, ogni qualvolta se ne affronta una
discussione, emergono in gran numero e vengono variamente interpretati; soprattutto
proprio per dare cognizione della sua esigua carriera esecutiva e del molto scarso
interesse che quest'opera suscita pure oggigiorno, nonostante l'impegno vòlto al
recupero di partiture desuete o dimenticate o seppellite talvolta anche da un giusto
oblio.
La ripresa live effettuata il 22 luglio 1999 a Montpellier, dove
Parisina è stata data in forma di concerto, è di ottima qualità e ci consente
finalmente di apprezzarne con chiarezza il suono. La versione scelta è però quella
con i tagli che il frontespizio interno del booklet attribuisce a Pietro
Mascagni stesso, il quale intervenne sull'opera in modo pesante già all'indomani
della prima assoluta, data alla Scala il 15 Dicembre 1913. L'indicazione però è
errata perché i tagli approntati da Mascagni non sono mai stati codificati. Alla
Scala, a parte l'eliminazione del quarto atto che rimase sempre, egli cambiò
frequentemente le soppressioni, decidendo serata per serata. Inoltre i tagli
apportati per le successive prime locali sulle piazze di Livorno e Roma, non
coincisero se non in parte con quelli della Scala. Tra l'altro Mascagni ebbe a
lamentarsi con Edoardo Vitale, direttore di alcune recite capitoline, perché gli
interventi di quest'ultimo non lo trovarono concorde. Probabilmente i tagli di
questa edizione discografica, sono stati effettuati sulla base di quelli che decise
Gianandrea Gavazzeni per l'allestimento livornese del 1952 e/o soprattutto per
quello romano del 1978 dove peraltro venne reintegrato il quarto atto e gli ampi
corali del primo non finirono sotto un' implacabile lama come è avvenuto a
Montpellier.
Sopra abbiamo accennato a quanto sia breve la storia esecutiva di Parisina
pur se l'opera, fin dalle prime avvisaglie che si stava preparando un lavoro
teatrale del binomio Mascagni-d'Annunzio, venisse richiesta da tutti i teatri del
circuito internazionale. I motivi che tarparono le ali a questo lavoro del Livornese
sono stati visti da un lato nell'eccessiva lunghezza, dall'altro nell'incapacità di
Mascagni di sostenere con convinzione la propria creatura intervenendo con
amplissime resezioni fin dalla seconda rappresentazione, avallando così non solo la
posizione di quanti individuavano nella durata un vero difetto, ma anche l'idea
stessa di una originaria mancanza di equilibrio dell'opera. Inoltre la guerra
scoppiata nel 1914 e lo sconvolgimento dei valori che ne seguì, bruciarono il
terreno all'estetismo del testo ed alla sua potentissima traduzione e ricreazione in
termini musicali, rendendo il lavoro di difficile fruibilità. A completare il quadro
si aggiungano gli ostacoli esecutivi che riguardano soprattutto la corda tenorile, i
dissapori anche aspri sorti con d'Annunzio che volle dare Parisina come
tragedia interpretata da attori di prosa nonché le vicende ideologiche al cui centro
è stato posto Mascagni; le coordinate per intendere le difficoltà incontrate da
quest'opera sono così tracciate, ma è difficile dar conto del perdurare di uno stato
di misconoscimento dei suoi valori.
L'ascolto di questa edizione, nonostante alcuni oggettivi limiti, appare abbastanza
salutare. Un motivo lo abbiamo già espresso: la pulizia del suono permette
l'individuazione in dettaglio della trama musicale che fino ad oggi, con le
testimonianze discografiche esistenti, era resa difficile. Hanno infatti circolato
una antica, ampia, selezione, ed un'edizione RAI quasi integrale. La selezione, con
Alessandro Dolci, Laura Del Lungo e Francisca Solari, accompagnati da orchestra
forse diretta dallo stesso Mascagni, risale al 1914. Il cast è quello
dell'allestimento di Livorno del medesimo anno: la precarietà del suono però
impedisce una valutazione qualsiasi dell'opera. L'edizione completa venne trasmessa
da RADIOUNO RAI nel 1976 e vide come interpreti principali Emma Renzi, Mirella
Parutto, Mirna Pecile, Michele Molese e Benito Di Bella; l'orchestra della RAI di
Milano aveva alla guida Pieluigi Urbini. Questa incisione per certi versi è ottima,
in primo luogo perché è pressoché integrale (i tagli sono quasi nulli) ed inoltre
perché l'esecuzione è su un livello ampiamente professionale con un Pierluigi Urbini
più che corretto ed un Molese efficacissimo, soprattutto nel fraseggio. Purtroppo
queste edizioni sono introvabili e, se nel primo caso l'ascolto è solo un esercizio
da audiofili, nel secondo l'irreperibilità è l'unica vera causa che impedisce di
accedere ad una buona fruizione di Parisina, anche se il suono non è prossimo
agli standard odierni.
Un secondo motivo per cui ci sembra salutare l'ascolto della pubblicazione Actes
Sud è rappresentato da Denia Mazzola che delinea una Parisina di grande impatto
essendo ella cantante ed interprete di livello superiore e, per questo, conveniente
alla partitura. La Mazzola forse non ha una voce dalle caratteristiche naturali
particolarmente adatte alla parte di Parisina, essendo orientata al colore scuro e
non esprimendo una sorta di innocente fralezza che invece donerebbe al personaggio
un elemento quasi fondamentale, sia nel suo aspetto scoperto di giovane sposa
inizialmente fedele (in ogni senso), sia nel suo aspetto di giovane donna travolta
dalla passione. La Mazzola però possiede una voce di vasta gamma, dalle note basse
comunque ben risonanti, dai centri corposi e dal registro acuto sicuro e ottimamente
appoggiato. Talvolta si odono suoni che sembrano tendere ad eludere il canto in
maschera, ma sono momenti che vengono ampiamente compensati non solo dalla perizia
tecnica dimostrata complessivamente che si individua, per esempio, nella omogeneità
dei registri o nell'ottimo legato, ma anche dall'aderenza interpretativa al
personaggio. La cantante riesce infatti ad essere apprezzabile sia come giovane
sposa fidente, sia come femmina travolta dalla passione per il figliastro Ugo. Si
ascolti "Ecco la rete dei miei capelli" o "Dio ci aiuti! Esperta sei del ceppo?"
con la dolente frase - Or che saria di Parisina? - posta a chiusa dell'inciso
in cui, su un filo di voce, vaga perfettamente l'alito bruciante della perdizione
erotica. Sostanziare frasi come "[...] Nella grazia / del vòto or siamo entrambi,
/ restituiti entrambi / alla grazia divina." della necessaria insincerità
devozionale o esplodere nel tentativo disperato di resistere all'ineluttabile con la
perorazione ad Ugo " Vinci il nemico, / scaccia il maligno / che sta nell'ombra,
/ che nell'ombra ci agguata." è veramente rinfrancante. Gli acuti in piano o
pianissimo, le smorzature, gli assottigliamenti, pensiamo a "La notte ha la sua via,
/ ha la sua via la notte", che costellano l'interpretazione, oltre ad attestare un
inconsueto magistero, sono artifici tecnici atti ha dare cognizione plausibile al
personaggio, rendendo preziosa questa incisione.
Vitali Tarashenko canta la parte di Ugo. Purtroppo questo tenore oltre non avere una
voce naturalmente gradevole è attrezzato con una tecnica elementare che
nell'affrontare una parte di simile difficoltà mostra tutta la sua limitatezza. Le
sforbiciate elargite in questa edizione sembrano venire in soccorso a Taraschenko,
concernendo spesso brani affidati al tenore. Tra l'altro quelle sforbiciate
riguardano stralci di grandissimo effetto, da annoverare tra le cose più belle di
Mascagni. Pensiamo per esempio all' "Io solo / ti guarderò, io solo" del secondo
atto. Trovare oggi un cantante che regga, e bene, il ruolo è comunque un'impresa non
da poco. D'altronde il primo interprete fu Hipolito Lazaro il quale rimane nella
storia della vocalità come uno dei cantanti più straordinari, capace di esplosioni
ardentissime con uno squillo fenomenale, una capacità strepitosa di reggere la
scrittura martellante che, nello specifico, caratterizza la parte di Ugo, nonché
abilissimo fraseggiatore, a suo agio negli addolcimenti estremi e campione del canto
a fior di labbro. Anche in questo caso si conferma quanto sia necessario affrontare
quelle partiture che si vogliono tirar fuori dal dimenticatoio riproponendole con
interpreti adeguati.
Quella di Ugo è una delle concezioni per tenore più seducenti ed esaltanti che
siano state ideate, almeno nei primi lustri del Novecento. Vi si fondono tanto una
richiesta non indifferente di "vigore atletico" quanto una sapienza tecnica che deve
essere di assoluto affidamento. Bisogna infatti reggere una tessitura gravitante
come poche altre sul passaggio di registro fa - fa diesis - sol, dove lo
sfogo verso il la naturale acuto è fitto ( i si bemolle sono solo sei)
e dove la necessità di legare è prioritaria. Inoltre la malinconia e lo struggimento
di alcune frasi richiede primariamente una grandissima morbidezza, pensiamo a "Or
voi / composto m'avereste nella bara" o a frasi come - e noi due, soli insieme /
noi due lasciati fossimo di qua / dalla morte [...] -. La scrittura di Mascagni
è perfettamente aderente allo spirito del personaggio dannunziano, così nevrotico e
febbricitante. La traduzione che il musicista livornese dà al verso del Pescarese è
calibratissima e non è possibile ascoltare il canto in cui si concretizza tale
trasposizione se questo è inadeguato, perché ciò diventa immediatamente risibile
parodia. Frasi splendenti come "A te torre d'avorio" o l'entrata di Ugo nel secondo
atto con lo smagliante, e difficile, "Vittoria" devono imporsi per la forza
propulsiva che sa infondervi l'esecutore; forza propulsiva che significa suono
totalmente immascherato, ben fermo sulla colonna del fiato, sufficientemente ampio,
libero da ogni parvenza di affanno, omogeneo nei tre registri, legato e soffice.
Come disse Angelo Sguerzi in una trasmissione radiofonica su Parisina andata
in onda sul secondo canale radio della RAI nel dicembre del 1978, Mascagni "...si
deve saper cantare." La scelta di Tarashenko si giustifica evidentemente con
realistici criteri produttivi che hanno privilegiato altri elementi: la parte della
protagonista, l'orchestra ed il coro.
Vaneev ha una bella voce, ma probabilmente risente delle difficoltà che ottimi
cantanti dell'est incontrano una volta impiegati nel repertorio italiano. Il
baritono slavo infatti si difende abbastanza, ma non di rado mostra alcuni problemi
sull'articolazione della parola e sul passaggio che talora appare macchinoso ed
anche il registro acuto sembra accusare un non perfetto rodaggio per la posizione
della voce richiesta da questo repertorio. Vaneev infatti ha mostrato nelle opere
russe ottime capacità qui leggermente inespresse. Ma nel complesso la parte viene
disegnata con sufficiente precisione e con un piglio accettabile e non deludente.
Anche questa parte è ingrata, perché molto contenuta ma anche molto difficile, con
frequenti salti all'acuto e con la necessità di darle uno spessore interpretativo
importante. Il tratteggio di "Cristo Signore, perché tu mi fulmini" riesce a far
emergere il cantante solo se questi lo rende con una potenza espressiva da grande
esecutore. Non a caso il creatore del personaggio fu quel sommo che risponde al nome
di Carlo Galeffi.
Laura Brioli ha dato vita alla Verde. Il personaggio non regala momenti in cui
l'interprete possa mettersi in luce, fatta com'è per essere "spalla" di Parisina. Ma
è una parte importante perché dalla caratura dell'interprete riescono molto meglio o
molto peggio la grande scena iniziale del terzo atto e da lei escono gli appoggi
giusti perché Parisina possa esprimersi con la massima efficacia. Una personaggio da
costruire con intelligenza e prettamente volto allo scavo interpretativo che alla
Brioli è riuscito a metà.
Il direttore, Enrique Diemecke, ci sembra dare una lettura non del tutto omogenea.
In certi momenti l'approccio ci è parso molto quadrato, intenso, vitale, in altri
invece ci è sembrato che l'orchestra tenda a perdersi dilatando un po' troppo i
tempi, luoghi dove avremmo preferito maggiore stringatezza, così come avremmo
desiderato un protendere meno marcato al suono ipertrofico fine a se stesso talvolta
in ingombrante evidenza. I problemi con cui doveva fare i conti Diemeke però non
erano pochi; intanto la necessità di sostenere per quanto possibile il tenore ha
senz'altro frenato la sua libertà d'azione, inoltre i tagli a nostro modo di vedere
non aiutano affatto l'opera del direttore, introducendo squilibri difficili da
ricomporre. Per esempio l'eliminazione, nel secondo atto, dello stupendo coro delle
Fanti che descrive la battaglia "Spingono il carro su per l'erta", oltre ad essere
doloroso perché priva l'opera di una grande pagina, disarticola la scena, mancandovi
quella carica di energia potenziale che esso riesce ad accumulare e che dovrebbe
trasformarsi in energia cinetica col "Vittoria" del protagonista maschile,
immediatamente successivo, dall'effetto deflagrante. Identiche argomentazioni
possono essere condotte per l'ancor più dolorosa eliminazione sulla partitura che va
da "Ero con loro su l'abisso buio" di Ugo fino al penultimo verso cantato da
Parisina, che così chiude l'atto con le sole parole " Vieni / M'inginocchio.
Inginocchiati. Preghiamo." In questo modo si svuota di tensione e significato
tutta l'ultima parte della scena conclusiva dell'atto, in cui si consuma
quell'incesto per il quale i due amanti andranno a morte. Considerando tutto ciò il
lavoro di Diemecke appare buono riuscendo a proporci una lettura tersa e analitica,
in grado di rendere con sufficiente compiutezza lo splendore di questa partitura.
I cori ci sembrano ottimi plasmando felicemente la variegata e ricca tavolozza che
Mascagni ha approntato in Parisina. Sia le voci maschili che quelle
femminili hanno fornito una prova più che soddisfacente, cogliendo con efficacia il
senso ora languido e perduto, ora intenso e vibrante, ora dolentissimo, ora raccolto
e intimo che punteggia la scrittura loro riservata dalla partitura.
2. Riflessioni intorno a Parisina
Questa edizione vale dunque come amplissima selezione di Parisina,
sufficiente a farsene un'idea abbastanza definita. Resta il fatto che nella sua
integrità esprime ben di più, proponendosi come un assoluto del teatro novecentesco.
Le critiche rivoltegli purtroppo ci pare soffrano di errori che vengono da lontano.
Una delle più ricorrenti è l'eccessiva lunghezza imputatagli. A noi sembra che
questa critica sia invalsa solo perché l'Autore fa parte di una schiera di musicisti
che non ha prodotto opere lunghe, e in particolar modo perché, in fondo, si ritiene
Mascagni autore che dà il meglio di sé sulla distanza breve, che genera molto fuoco
in poco spazio, ergo un'opera di queste dimensioni non può essere che di
valore alterno e quindi apparire troppo lunga, cioè noiosa. In effetti le opere
lunghe se sono belle sono opere lunghe e belle, in caso contrario sono lunghe e
brutte. Se si tagliano, quelle belle diventano meno belle e quelle brutte rimangono
ugualmente tali e perciò, sebbene scorciate, noiose. Restare sei ore inchiodati a
vedere Parsifal per il 99% del pubblico di una qualsiasi rappresentazione di
questo immenso capolavoro, ovunque essa venga data, è una sofferenza. Vedere
Einstein on the beach oggi che è fuori moda, che è molto meno capolavoro e
per giunta di ore ne dura otto, è una sofferenza maggiore. Stesso discorso vale per
il Don Carlos. Parisina è una sofferenza tale e quale: non è più uno
spettacolo contemporaneo, come tutto il teatro d'opera, quindi deve essere
affrontato con strumenti intellettuali e culturali non appannaggio di molti. In
questo caso il tempo, in quanto trascorrere fisico di un'entità misurabile in
secondi, minuti e ore, cioè durata, non ha più senso; aveva un senso quando Parisina
uscì, in cui l'opera faceva ancora mercato, ora ha senso il valore dell'opera come
unità concettuale, come prodotto artistico nel suo complesso e siccome la fruizione
mercantile è diventata marginale nel teatro d'opera, riproporre tale argomento, in
questi termini, è privo di fondamento. Si può sostenere che questo lavoro è noioso
perché non è bello o non è tutto bello, ma allora non si deve parlare di eccessiva
lunghezza, bensì di valore e argomentare, analizzare. A proposito di Wagner bisogna
ricordare che quest'ultimo in Italia si dava sempre e costantemente tagliato; per
Ricordi il manico del bisturi lo tenne Giacomo Puccini a cui venne affidato dallo
stesso Giulio Ricordi il compito di "contenere" la fluvialità del compositore
tedesco con mirati ma ampi accorciamenti. Quindi la disabitudine ad un'opera
dall'afflato così mastodontico non poteva che mettere alla frusta le capacità di
assorbimento del pubblico e della critica, legata alle abitudini dell'epoca.
Altra critica è quella della fusione mancata tra musica di Mascagni e verso di
d'Annunzio. Un d'Annunzio inoltre ritenuto minore, che scrive la tragedia per soli
fini finanziari perché pressato dai debiti. Un d'Annunzio che scrive con la mano
sinistra e imita se stesso, seguito da un Mascagni che pende dalle sue labbra,
piegato ai voleri del Poeta lasciando intatto il debordante testo e musicandone,
come affermò lo stesso compositore, " anche le virgole". In effetti la
docilità del Livornese nei confronti di d'Annunzio è vera in parte. Intanto tale
peresunta mansuetudine non fu qualitativamente diversa da quella che Mascagni
dimostrò verso altri librettisti; si pensi al rapporto con Illica o addirittura ai
problemi avuti con per Il piccolo Marat in cui fu costretto a ricorrere
all'amico Targioni-Tozzetti per avere il testo completo, stante l'incapacità del
musicista di costringere Forzano, che concluse poco più di metà lavoro, a rispettare
gli impegni. Inoltre Mascagni tralasciò di musicare qualche centinaio di versi, più
di 300, sul totale di cui originariamente constava Parisina, segno evidente
che un'azione di contenimento e sfrondamento Mascagni la mise in atto, lasciando in
ultimo quanto riteneva opportuno senza genuflettersi acriticamente alla volontà del
suo librettista, come si accredita comunemente. Ma questo non è neanche
particolarmente importante; fondamentale è invece il valore assunto dal verso di
d'Annunzio sostenuto dal suono concepito dal Livornese e nel valore che trae la
musica se riempita dal verso dannunziano.
Intanto un punto di vista quasi inattaccabile della critica ritiene Parisina
solo e solamente un testo teatrale. Giovanni Antonucci scrive che fin dall'inizio
(si veda la recensione di Adriano Belli "La prima di "Parisina" alla Scala" sul
Corriere d'Italia del 16 dicembre 1913) ci si accorse che "[...]
Parisina era più un testo teatrale che un libretto operistico [...]" e che
ciò "[...] fu dimostrato dallo straordinario successo che l'accolse quando fu messa
in scena al Teatro Argentina di Roma, il 16 dicembre 1921, da un regista del talento
di Virgilio Talli e da due interpreti del carisma di Alda Borelli e Ruggero Ruggeri.
Un trionfo che si ripeté durante la tournée e che ebbe la sua consacrazione
al Lirico di Milano nel febbraio dell'anno successivo." 1
Il successo fu non solo di pubblico, ma anche di critica che lodò lo spettacolo in
modo compatto. Ne esaltarono i valori, tra i più noti, Silvio D'Amico su Idea
Nazionale (17 Dicembre 1921), Renato Simoni sul Corriere della sera (15
Febbraio 1922) e su L'illustrazione italiana (22 Febbraio 1922) Marco Praga
che, ricorda Antonucci, come autore era in una posizione antitetica rispetto a
d'Annunzio. Il 1921 fu un anno di grande soddisfazione anche per Mascagni di cui il
2 maggio di quell'anno andò in scena a Roma la prima assoluta de Il piccolo
Marat, che registrò un successo strepitoso; ma quanto accadde per la
Parisina lo amareggiò profondamente e i tentativi che egli fece per impedirne
la rappresentazione in soli versi, senza la sua musica, andarono falliti data
l'opposizione fattagli da d'Annunzio e dalla stessa Casa Sonzogno la quale
autorizzò quella messa in scena. Mascagni evidentemente temeva che il successo della
Parisina fratta dalla musica creasse problemi ancor più grandi all' opera e
aveva ragione. Il successo molto più tiepido che ebbe l'operazione
- Parisina recitata e non cantata- nel 1927 con Giulietta De Riso e Filippo
Scelzo lasciò intatta l'idea radicatasi che lo stesso poeta non abbia mai dato
credito all'operazione con Mascagni, difendendo solo il proprio operato e, caso mai,
propendendo per la Fedra di Ildebrando Pizzetti. Si veda a questo proposito
il vecchio saggio di Rubens Tedeschi D'Annunzio e la musica che accoglie
toto corde tale posizione. Il giudizio estetico negativo implicito che, con
il suo allestimento romano del 1921 lo stesso d'Annunzio sembrò dare della
Parisina mascagnana, ha pesato violentemente sulla vita della sfortunata
opera dell'autore di Iris.
Ma oggi dovrebbe esser passato tempo sufficienza per liberarsi anche delle griglie
interpretative che tali eventi hanno costruito o suggerito per vedere con più
libertà e meno restrizioni e dunque non dare così per scontato che Parisina
sia testo teatrale e non libretto d'opera. Infatti le categorie applicate
genericamente, e per questo immediatamente deprivate di valore, risultano spesso
anche poco funzionali al fine per cui sono state tirate in causa. Meno che mai se
vengono applicate a qualcosa che è un unicum, come è Parisina. Su
questo, cioè sull'originalità di Parisina, sul suo carattere di unicità,
almeno nel panorama culturale italiano dell'epoca, confidiamo si vorrà convenire. Se
Parisina è un unicum bisogna dunque affinare le armi interpretative
evitando di applicare i medesimi meccanismi che vanno usualmente bene.
Se utilizziamo ad esempio il famoso criterio della funzionalità del testo, siamo
già fuori strada. Il testo deve essere funzionale quando l'autore della musica dà la
quadratura a tutta l'opera e verifica, soppesa, analizza giustappunto la
funzionalità del libretto in relazione alla propria virtù compositiva. In questo
caso però non si può, per approntare un testo, pretendere nientemeno Gabriele
d'Annunzio che, volenti o nolenti, è stato un gigante della letteratura ed un vero e
proprio genio della parola. Non a caso la collaborazione con Puccini fallì.
L'impossibilità di tenere in mano il blocco dell'opera, trama, verso e ovviamente
musica, da parte del Lucchese non permise, e mai avrebbe permesso, tale
collaborazione. D'Annunzio non era Illica e nemmeno Giacosa e men che meno
Zangarini, Forzano o Targioni-Tozzetti o Colautti. Evidentemente andava consentita
a d'Annunzio sufficiente libertà di azione, bisognava affidarsi molto di più alle
sue facoltà creative rispetto a quello concesso agli scrittori di libretti
dell'epoca. Altrimenti che senso avrebbe avuto disporre di Gabriele d'Annunzio? Si
trattava indubbiamente di accettare una scommessa e l'unico abbastanza folle da
accettarla fu Pietro Mascagni che nient'affatto si distese come uno zerbino di
fronte al genio dell'Immaginifico, ma lavorò con criterio. Siccome il testo viene
prima della musica lavorò sul testo, cercando di strutturare il linguaggio musicale
affinché quel verso, quella parola prendesse vigore attraverso il canto,
risplendesse di luce affatto originale se sottoposta alla disciplina di una linea
musicale cantata e avvolta da adeguato panneggio sonoro. Il punto era la quasi
intoccabilità di quel testo, pena l'alterazione di una costruzione inflessibile,
giustamente inflessibile, ai voleri del musicista.
Ora si ritiene che questo testo sia di qualità meno pregiata, che appartenga ad un
d'Annunzio minore. Come dice sempre Giovanni Antonucci non si può non sottolineare
che questa tragedia è "[...] di qualità inferiore -sotto molti punti di vista- alla
Francesca da Rimini, [...]" sebbene aggiunga che "[...] in compenso, ha una
linearità di struttura e un'essenzialità di linguaggio singolarmente felici."
2
E Bàrberi Squarotti scrive che "è una sorta di mistione fra la ferocia della
Francesca, che ritorna in una scena di guerra esasperatamente sadica [...], e
l'accensione passionale della Fedra che ha tema analogo, ma senza
l'esorbitanza dell'una e l'assolutezza titanica dell'altra."
3
Il fatto che Parisina sia inferiore alla Francesca da Rimini è
indubbio se si confrontano i due testi come se fossero ambedue effettivamente sullo
stesso piano, cioè se la prima fosse stata concepita per il teatro come la seconda.
Ma Parisina non è stata scritta con la stessa finalità, bensì per essere
musicata, ed il profilo di cui l'ha dotata l'Autore è determinato da questo. Quella
"linearità di struttura", quell'"essenzialità di linguaggio", la sua mancanza di
"esorbitanza" o di "assolutezza titanica" come dice Bàrberi Squarotti, sembrano
proprio essere le varianti introdotte da d'Annunzio per dare, alla sua tragedia,
forma adatta al teatro d'opera. Lo sposalizio con la musica, destino di
Parisina, era evidentemente presente a d'Annunzio e il suo sforzo è andato in
quella direzione. Il lavoro di selezione dei versi effettuato da Mascagni ha dato
forma definitiva ad un testo che proprio nel matrimonio con la musica trova la sua
massima possibilità di espressione e la sua massima valorizzazione; a patto di non
volerlo confinare nelle angustie delle categorie interpretative sopra richiamate, ma
trattandolo e considerandolo in piena armonia con la musica di cui fa parte,
formando una sintesi superiore indissolubile.
Inoltre siamo facilmente portati a far partecipare alla categoria dell'assoluto
l'idea di "inferiorità", mentre essa appartiene alla categoria del relativo.
Qualcosa è inferiore a qualcos'altro. Se un oggetto a è nell'empireo della bellezza
l'esser a quello inferiore appare una regola. Ora la Francesca da Rimini
somiglia molto da vicino a quell'oggetto supremamente bello ed esserle inferiore,
eventualmente, non significa affatto essere né mediocri né brutti. Il problema sta
proprio nel voler considerare per forza Parisina qualcosa su cui si è posata
posticciamente la musica di Mascagni. Ebbe torto d'Annunzio, almeno da un punto di
vista artistico, a rivendicare il diritto di dare la sua tragedia come solo testo
recitato. Il successo che riscosse lo spettacolo non toglie valore a questa nostra
convinzione, nata dall'altra convinzione che Mascagni abbia trovato la forma
musicale adatta per la parola di Gabriele D'Annunzio e che quell'esperienza
rappresenti un vero diamante solitario nella storia dell'opera lirica italiana. A
contatto con la parola di d'Annunzio, scrisse Gianandrea Gavazzeni, "[...] la
tastiera stilistica mascagnana reagisce. Ha nuovi arricchimenti, [...]: le violenze
cromatiche straussiane, oppure le estenuazioni impressionistiche, nel clima
armonico, dell'indagine declamativa. C'è il segno, il tratteggio in grande, a dar
vita musicale alle figure, all'ambiente. Tutto l'organismo inventivo risponde
all'eccitazione del testo. E i temi acquistano plasticità, il movimento discorsivo
lunghi sviluppi, snodature flessibili. La scrittura indugia in preziose accuratezze.
Cenno rilevante chiede la partitura orchestrale: una materia mossa, duttile,
profonda; materia che ha densità, violenze, trasparenze, individuazioni timbriche
quali Mascagni non aveva ancora precisato con altrettanta invenzione strumentale."
4
È singolare il punto di vista di Emilio Sala il quale ribalta di 180° la
convinzione che Parisina sia soprattutto un'opera teatrale in senso pieno,
sostenendo come essa sia invece un libretto vero e proprio, cioè un "[...]
sottoprodotto meramente funzionale."
5
La nostra opinione, sopra espressa, è diametralmente opposta, ma non è male
ricordare come sia pernicioso partire dall'assunto categorico che il testo per
melodramma sia comunque un sottoprodotto. In questo modo si nega proprio la finalità
ideale dell'opera lirica la quale mira ad un incontro paritetico di tutte le arti
conglobate armonicamente in una unità espressiva, cioè si nega lo sforzo compiuto,
almeno come potenza inconscia, per secoli, da tutti coloro che hanno cercato di
scrivere opere, tési a raggiungere tale obiettivo. D'Annunzio è stato un candidato
perfetto per concorrere a cogliere questa finalità.
3. La supponenza critica
Scrivendo su una rivista a cadenza semestrale abbiamo il vantaggio di poter leggere
molte cose su argomenti che noi trattiamo con una certa tranquillità. Anche per
questa Parisina sono uscite recensioni su altre riviste che noi abbiamo letto
e da cui risultano spunti interessanti di discussione. Purtroppo risulta anche che
esiste un problema Parisina e che il problema di Parisina è il
problema Mascagni. Il musicista livornese non viene ancora considerato secondo
criteri di valutazione autonomi, ma dipendenti da idee vecchie e malauguratamente
reiterate fino all'estenuazione più estrema, consunte come il calzino più sdrucito.
Eppure firme importanti -il grave sta proprio qui- fanno proprie tutt'oggi queste
idee, agevolando il perdurare di giudizi critici più che superati.
Per esempio l'accenno continuo e costante effettuato anche in recentissime
pubblicazioni sul "verismo" di Mascagni quando si parla di qualsiasi cosa egli abbia
composto, è la misura della superficialità con cui si tratta la materia. Si ignora
che ormai è stato ampiamente messo a fuoco come il cosiddetto "verismo" sia stata
una stagione molto breve e che l'individuazione esegetica di quella stagione
presenta notevoli difficoltà tanto appare, ad una analisi approfondita, estremamente
ambigua; si ignora o, cosa assai peggiore, si finge di ignorare, che i suoi
protagonisti, Mascagni in testa, hanno imboccato vie diverse dal cosiddetto verismo
molto presto. Non si tiene affatto di conto che i loro risultati artistici hanno
risentito grandemente dei variegati e sovrapponentesi climi culturali circolanti in
modo sempre più rapido dal secolo scorso. Quest'ultima constatazione viene invece
forzosamente ricondotta alla vieta posizione, almeno nel caso di Mascagni, che il
mutare dei suoi indirizzi espressivi dipendesse da una sorta di forsennata ricerca
volta a rinnovare il successo di Cavalleria. Massimo Mila aveva questo
concetto di Mascagni quaranta e più anni fa. Forse, se si applicasse maggior ragione
speculativa, invece di mettere il disco che ripete giudizi formulati in condizioni
culturali distanti anni-luce da noi, si otterrebbero magari stroncature ugualmente
acide, ma supportate dal coraggio dell'argomentazione, oppure ci si accorgerebbe che
la mutevolezza di indirizzi di questi autori dipendeva proprio da una capacità
superiore di assorbire le istanze artistiche che sorgevano intorno a loro e si
imponevano all'epoca.
Facciamo un esempio pratico: su una autorevole rivista abbiamo trovato scritto con
la estrema disinvoltura che "In una storia della musica Parisina merita al
massimo una nota a piè di pagina.". A nostro modo di vedere serietà vorrebbe che si
giustificasse con compiutezza di analisi una tale affermazione. Prosegue
l'articolista: "Musicalmente infatti le sue attrattive [di Parisina] sono
molto limitate: della fresca vena melodica di Cavalleria non c'è traccia, e
i densi cromatismi con cui Mascagni tenta di sostituirla puzzano di stantio (l'opera
è del 1913)." Teniamo conto che in Parisina vi sono soluzioni musicali che
recuperano ampiamente il gregoriano o si configurano quali ritorni di modelli
cinquecenteschi inseriti in un quadro di forte modernità di scrittura che guarda ai
più recenti approdi europei. Il passo sopra riportato è interessante perché appare
un puro distillato di ovvietà che si perpetuano mettendo comodamente il cervello in
folle. Come mai Parisina sarebbe una anticaglia affidandosi ai densi
cromatismi e non lo sarebbe se si affidasse alla "vena melodica di Cavalleria"? Non
si capisce il motivo per cui un autore come Mascagni sia un retrogrado se utilizza
soluzioni il cui approdo è stato raggiunto a livelli assoluti da Wagner e iterato
con soluzioni geniali da Strauss. Ci pare che le capacità di assorbire ed elaborare
il nuovo siano molto forti per un musicista formatosi alla scuola di Amilcare
Ponchielli.
È chiaro che qui vale il precetto, questo sì stantio, che Pietro Mascagni sia
l'autore di una sola opera e cioè Cavalleria laddove oggi sarebbe il caso
accludere almeno L'amico Fritz (primo esempio di quel canto di conversazione
che Giacomo Puccini saprà trattare magistralmente), Iris (l'importanza delle novità
dello strumentale prefigurano le novità che prenderanno forma entro breve in
Europa), se non anche Le maschere (opera di impianto teatrale con
intuizioni geniali strutturata musicalmente con la riproposta di stilemi
settecenteschi, nel 1901, così come faranno poi, per esempio, Stravinskij e
Strauss).
Il commentatore prosegue dicendo però che Mascagni "[...] in apparenza così diverso
da d'Annunzio [...]" è capace di "[...] tradurre in musica lo spirito decadente dei
suoi versi [...]" che riesce a "[...] creare un clima sonoro giustamente malsano in
cui questa tragedia "medievale" possa svolgersi [...]" ed anche che "[...] nel
momento dell'amplesso (finale secondo) Mascagni inventa un climax che traduce
perfettamente in suoni la didascalia dannunziana [...]"; e aggiunge: "Poco importa
se si tratti di musica da colonna sonora: il film è comunque avvincente." Dunque
Mascagni fa schifo ma è bravo, scrive musica da colonna sonora ma è avvincente.
L'irrazionalità di queste espressioni ci pare chiara ma invitiamo alla riflessione,
dopo l'ascolto di Parisina, per verificare se e quanta gratuità ci sia nell'
espressione
-musica da colonna sonora- utilizzata con evidente e voluto poco riguardo.
Il problema ovviamente non risiede nell'apprezzamento o meno che si manifesta della
musica di Mascagni o di qualsiasi altro autore, ma è il modo che si ha di esprimere
la propria scarsa considerazione e le eventuali argomentazioni che si conducono a
sostegno di quest'ultima. L'irriguardosità che trasuda da certi scritti è proprio
stancante tanto appare ristretta e falsamente snob. L'articolista del brano citato è
Stephen Hastings, appena divenuto direttore della rivista su cui appare il pezzo che
è MUSICA n° 119 dell'agosto-settembre 2000.
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Giovanni Antonucci, Nota introduttiva a Parisina, in Gabriele d'Annunzio - Tutto il teatro, vol. I, Newton Compton, Roma 1995

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Giovanni Antonucci, cit., 1995

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G. Bàrberi Squarotti, Invito alla lettura di d'Annunzio, Mursia, Milano 1988

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Gianandrea Gavazzeni, La musica di Mascagni oggi, in Mario Morini (a cura di), Pietro Mascagni, Sonzogno, Milano 1964

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Emilio Sala, Due volte Parisina, in Il giornale della musica, n° 163, September 2000

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